Fufanu - Sports

2017 (One Little Indian)
post-punk
L’avvento della new wave ha non solo modificato la percezione della musica rock, ma ha posto di fronte due realtà storiche che molti ritengono inconciliabili: ancora oggi resta irrisolto il dualismo tra il binomio anni 60-70 e quello anni 80-90, alimentato dall’accusa di vacuità da parte dei tradizionalisti nei confronti della musica post-Sex Pistols. La trasmutazione degli islandesi Fufanu, da dj team a gruppo post-punk, la dice lunga su questa perenne controversia storica, ma nonostante tutto non risolve la diatriba.

L’impatto generazionale dei flussi sonori è un dato inconfutabile, le aspettative dei giovani hippie e le disillusioni nichiliste dei punk-dark sono comunque due facce della stessa medaglia, due chiavi di lettura di un sentimento comune che identifica la realtà giovanile. Non meravigli, dunque, che degli ex-deejay tingano di scuro le loro creazioni sonore, né si pensi a una bieca operazione commerciale. Il passaggio dal post-punk alla dance e alla techno è un’altra delle realtà socio-culturali che spesso i critici tendono a sottovalutare (vero Mr Reynolds?), c’è la stessa angoscia e lo stesso dolore dietro i Joy Division e i New Order.
Che i Fufanu percorrano questa strada all’inverso poco importa, quello che conta è che “Sports” è il disco che ogni ragazzo che ha vissuto quella stagione potrebbe scrivere e suonare. L'eccesso di retromania non può questo essere motivo di critica per il trio islandese, soprattutto oggi che applaudiamo a giovani ventenni che parlano di psichedelia anni 60 come dei baldanzosi settantenni.

"Sports" non è assolutamente un capolavoro o un album imprescindibile, ma negargli un discreto fascino evocativo è scorretto e poco realistico. L’equilibrio tra ritmi sintetici e chitarre darkwave è perfetto e mai stucchevole. Le citazioni, volontarie o involontarie, sono tutte lodevoli (Suicide, Can e perfino i Pink Floyd). Un trittico di canzoni rimarchevoli garantisce l’allontanamento da quell’oblio post-recensorio che accompagna molti ascolti contemporanei.
“White Pebbles” potrebbe essere un brano dei Kraftwerk, se non fosse per quel leggero tocco chill-out e quel riff alla Cure che spezza l’apparente glacialità dei suoni, suonando infine come un pezzo elettronico dell’era cavernicola. “Syncing In” dimostra che quando i Fufanu sanno rinunciare alle lusinghe del pop sono capaci di emozionare senza mostrare emozioni, mentre “Bad Rockets” ripropone senza paure o inibizioni tutte le incertezze di quella generazione post-punk che riscopriva l’ambiguo fascino del beat e del pop (Pulp, Suede, Blur).

Che poi “Sports” sia comunque infarcito di luoghi comuni e banalità prevedibili (“Just Me”), non inficia la resa finale, nonostante la title track suoni come un flebile esercizio alla Robert Smith e “Gone For More” ammicchi troppo al dancefloor. Che dietro il sound oscuro e claustrofobico di “Tokyo” e “Restart” non alberghi la stessa disperazione e rabbia dei loro numi tutelari è evidente, ma è la stessa identica errata considerazione che in passato veniva fatta nei confronti di album come “Ocean Rain” degli Echo &  The Bunnymen.

Innegabilmente “Sports” è un album destinato al plauso solo di quella fitta schiera di nostalgici dei Cure e dei Joy Division. Senza dubbio c’è ancora molto da fare per il trio islandese, ma almeno è chiaro che i ragazzi hanno ben chiaro il loro percorso; anche se il traguardo è ancora lontano, si cominciano a notare le prime stille di sudore.

Tracklist

  1. Sports 
  2. Gone For More
  3. Tokyo
  4. White Pebbles
  5. Just Me
  6. Liability
  7. Bad Rockets
  8. Syncing In
  9. Your Fool
  10. Restart




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