Ritorna Christofer Johnsson con i suoi Therion. Archiviata l’ambiziosa ma poco riuscita metal-opera di “Beloved Antichrist”, il compositore svedese decide di ridimensionare le proprie pretese e il conseguente impegno necessario a confezionare il tutto. Il risultato è “Leviathan”, album che a dispetto del titolo imponente si scopre tutto sommato scorrevole, immediato e molto contenuto nel minutaggio, non legato a concept e anche godibile.
La base sonora segue pedissequamente lo “stile Therion” e si adegua a un metal melodico e sinfonico che pone poca enfasi sui riff e sugli assoli, per incentrarsi invece sulle atmosfere evocative e soprattutto sulle voci, sia rockeggianti che liriche. Gli arrangiamenti mantengono i tratti orchestrati: nella fattispecie, le linee vocali operistiche, le stratificazioni tastieristiche d’accompagnamento, i piccoli inserti occasionali di archi, fiati e strumenti acustici. Ciò viene fatto senza perdersi nelle sbrodolature ridondanti del predecessore, anzi, talvolta cedendo il posto a una forma-canzone più diretta, trascinata dai consueti numerosi ospiti che vanno a comporre la varietà canora. C’è spazio sia per i canonici duetti tra voce maschile e voce femminile sia per esibizioni soliste, tanto nei brani più sinfonici che in quelli più metallici.
Il miglioramento nel risultato finale è sensibile, perché le canzoni scorrono fluide e l’album si rivela molto più ascoltabile di “Beloved Antichrist”. Il rovescio della medaglia è che dopo un po’ le canzoni tendono ad appiattirsi, fatta eccezione per quei picchi che svettano sul resto, e il tutto sembra più un compitino di maniera per i fan.
Da notare sono soprattutto gli acuti di Marko Hietala nell’hard&heavy di “Tuonela”, che rievoca il Ronnie James Dio del periodo Rainbow in maniera più solare e meno schitarrata (e accompagnato da Taida Nazraic); gli arabeschi di “Aži Dahāka”, più vicina al power-metal; la limpida e cristallina ugola da mezzo-soprano di Rosalia Sairem nei potenti acuti di “Eye Of Algol”.
“Great Marquis of Hell” invece potrebbe suonare come una trascinante e potente cavalcata heavy-metal, ma la scarsa durata fa trasparire una sensazione di incompiutezza.
Sono ambivalenti le ballate folkeggianti “Die Wellen der Zeit” (titolo omaggio a Wagner) e “Nocturnal Light” (con Chiara Malvestuto come soprano), intense e suggestive, ma al tempo stesso un po’ melense. Tipici esempi di brani che divideranno in due il pubblico senza compromessi, tra chi li ama e chi li detesta.
02/03/2021