Secondo album solista per il tastierista degli
Ezra Collective, ennesimo tassello di una scuola new-jazz inglese ricca di talenti dotati non solo di tecnica e creatività, ma anche di padronanza di linguaggio. Il tutto immerso in un contesto artistico in continua evoluzione che rappresenta una delle frontiere più interessanti dell’attuale musica
made in England.
Con “Turn To Clear View” Joe Armon-Jones prova a candidarsi come moderno Herbie Hancock, assorbendo nella sua moderna fusion non solo funk e r&b ma anche hip-hop e Idm (si ascoltino le insolite commistioni di “Icy Roads (Stacked)).
Disco agile e dinamico, “Turn To Clear View” non rinuncia alle evoluzioni tipiche della fusion. Le sonorità e le attitudini di musicisti come
Thundercat,
Steely Dan e
Miles Davis riecheggiano nelle otto tracce dell'album, senza che suoni derivativo, grazie soprattutto a un cast stellare che include
Moses Boyd,
Dylan Jones, Oscar Jerome,
Nubya Garcia e un set di
vocalist di tutto rispetto.
Frutto di registrazioni effettuate nell’arco di due o tre giorni, il nuovo lavoro di Joe Armon-Jones non è particolarmente avventuroso. Elegantemente equilibrato tra passato e presente, “Turn To Clear View” non rinuncia a morbidezze soul affidate alla voce di
Georgia Anne Muldrow (“Yellow Dandelion”) o a contaminazioni hip-hop che traghettano all’interno di “The Leo & Aquarius” un ampio carico d’emozioni e stimoli stilistici che modificano non poco le morbide trame iniziali.
Non è comunque quest’ultima l’unica digressione di un disco che mediamente predilige atmosfere cool-jazz (“Gwana Sweet”): l’avventuroso assolo di sax tenore di Nubya Garcia in “You Didn’t Care” eleva il testosterone dell’album, anticipando un brivido world/funky nella conclusiva “Self:Love”.
Una chiosa in perfetta antitesi con le raffinate sfumature neo-fusion di “Try Walk With Me”, nonché foriera di futuri sviluppi che in verità sarebbero auspicabili per impedire che Joe Armon-Jones resti prigioniero di una formula che rischia quella deriva manieristica che già in passato ha turbato non poco il rapporto critico tra jazz e pubblico.