Destino:
la predeterminazione fatale dell’accadere; il succedersi degli eventi ritenuto come preordinato e necessario, al di sopra dell’umana capacità di volere e di potere. Chissà se Justin Fernandez crede nel destino?
Senza dubbio quando ha lasciato la natìa Arkansas per Chicago per motivi di lavoro, non immaginava quali e quante conseguenze avrebbe provocato quell’evento fortuito.
La possibilità di condividere con nuove amicizie la passione per la musica e l’opportunità di mettersi in gioco con una band hanno risvegliato quegli ardori giovanili che erano rimasti fino ad allora inespressi.
L’incontro con Tom Owens non solo ha sancito la nascita dei Distractions (band di Chicago con all’attivo due album oggetto di culto), ma ha aperto nuove frontiere al musicista americano, grazie al riscontro critico ottenuto non soltanto in America ma anche in Inghilterra.
Sciolto il sodalizio con Tom Owens e ripristinato l’originario cognome Fernandez (nei Distraction appare come Justin Fernando), il giovane musicista ha intrapreso una carriera solista che sembra baciata dalla medesima creatività.
Pur se in passato la stampa ha messo in campo paragoni con
Arthur Russell,
Bill Callahan e perfino
Scott Walker, la vera cifra stilistica è quella di artisti come
Burt Bacharach e
Brian Wilson, con un briciolo di perfezionismo alla
Phil Spector e una lieve stravaganza stile
Van Dyke Parks.
Dopo tre Ep, per Fernandez è arrivato l’esordio ricco di sonorità
naif e amabilmente profane (“Many Levels Of Laughter”), dove organi, chitarre distorte, sax e strumenti assortiti si dilettavano a mescolare
Doors,
Beach Boys e
Robyn Hichcock con tanto di citazione
jazzy alla
Tim Buckley.
Il nuovo album “Occasional Din” si presenta come l’ennesima proposta retrò, in bilico tra il pop e la psichedelia, lo stesso campo d’azione di personaggi come
Mac De Marco o
Ariel Pink, anche se tutto appare più godibile e meno cerebrale. Le coordinate sono quelle del sunshine pop alla
High Llamas (“Volcanic Winter”) o quelle dei Beach Boys riletti in chiave
Stereolab (“Don't Need Anything”), il
lo-fi degli arrangiamenti è asservito a una serie di canzoni mai pretenziose, eppur ricche di trovate armoniche (“Wildfire”) e di soluzioni strumentali avventurose, che tradiscono una leggera ammirazione per la
library music made in Italy (“Rewards”).
Le dieci tracce sono tutte divagazioni ben orchestrate del pop psichedelico anni 60 e 70, tra
fuzz guitar, ritmiche vellutate, coretti beat, riverberi strumentali-vocali e qualche lieve tocco onirico, ma nonostante la prevedibilità degli elementi, quello che ne viene fuori è uno dei più divertenti e lucidi album vintage del momento.
Si tratta di un album pop ricco di dettagli (“Wildfire”) e citazioni (il suono dei Casio e le voci catturate da un film italiano nella breve “Assorted Balloons”), i testi non sono mai banali, anzi ricchi di quel simbolismo leggero, ma non per questo meno efficace, che era in uso negli anni Sessanta (la già citata “Rewards”).
“Occasional Din” è dopotutto un album di canzoni, e un trittico come quello iniziale (“Common Sense”, “Unwind”, “Volcanic Winter”) non può passare inosservato. Le melodie sono carezzevoli e incisive, nello stesso tempo pronte a svelare nuove delizie e dettagli ad ogni ascolto, evitando la noia che spesso affligge molti autori stilisticamente affini.
Chissà se Justin Fernandez crede nel destino?
Una domanda che forse resterà senza risposta, una domanda che mi sono posto anch’io dopo aver incrociato per puro caso questo nuovo album del musicista americano: un segno del destino?