Anthroprophh - Omegaville

2018 (Rocket Recordings)
heavy psych, noise-rock

Vi piacciono le catastrofi sonore? Amate le escursioni in territori musicali dal fascino sinistro? Se, in entrambi i casi, la risposta è positiva, allora non potete fare a meno di questo nuovo parto degli Anthroprophh, band di Bristol guidata da quel Paul Allen che in molti, forse, ricorderanno già alla guida, alla fine degli anni Novanta, degli Heads, poderosa espressione di un suono carico di elettricità e deturpato da scosse stoner.
Approntato e registrato, per ammissione dello stesso Allen, sotto l’influsso di “Tago Mago” dei Can, “Omegaville” è un’erma bifronte in cui i brani del primo disco costruiscono colossali bastioni di esplosioni, dilatazioni e deformazioni heavy-psych-rock, laddove quelli del secondo si affidano a un sound più evocativo e sperimentale.

Il garage-rock psichedelico della doppietta iniziale “2029”/“Dead Inside” è parente prossimo sia delle sortite più selvagge dei Comets On Fire che dei fuochi di sbarramento degli High Rise e questo, ovviamente, vuol dire dover risalire a tutta una serie di barbari devastatori sonici: Jimi Hendrix, Blue Cheer, Hawkwind, Chrome e via di questo passo. Il primo minuto di “Housing Act 1980” srotola, invece, un ramalama punk, ma è solo un preludio all’ennesimo trip intergalattico a suon di distorsioni fiammeggianti, tambureggiamenti insistiti e feedback come se piovesse. Dal canto loro, le trame malefiche e doomy di “Oakmoll” finiscono per essere sfiancate da alcuni dei momenti più tempestosi del disco. A dispetto di un attacco crust-punk, “Sod” si annoda intorno a un tribalismo geometrico che è in piena orbita kraut-rock, al pari della più compassata (e con echi dell’hendrixianaManic Depression” nel riff portante) “Maschine”, capace di indurre uno stato di trance che si riverbera anche nel motorik di “Human Beast”. Ancorata all’idea di un cerimoniale freak è, invece, “Why Are You Smiling?”.

Il rifferama stoner e le vampe acide che spingono verso il sommerso psichico di “Death Salad” o che s’innalzano in eroica magniloquenza da “space ritual” in “I”, spargono attraverso gli amplificatori un’onda d’urto tanto imponente quanto visionaria. L’imperativo, ovviamente, è “play it LOUD!”.
Oltre trentacinque minuti del disco sono affidati agli ultimi due brani: “Omegaville/ Thothb” e “Journey Out Of Omegaville And Into The………..”, crocevia degli elementi più sperimentali ed evocativi della loro musica, in bilico tra dissertazioni socio-politiche, sabba allucinogeni, vocalizzi androidi, field-recordings e misteriosi rituali al confine tra una squallida metropoli e una foresta abitata da sciamani disorientati. 

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