La storia dei Silver Apples inizia nel lontano 1967, quando Simeon Coxe (elettronica, voce) e Dan Taylor (batteria, percussioni) fondano la band dandole il nome di una poesia di William Butler Yeats. L’intento del duo è quello di creare un “meccanismo organico” che pulsa di sole percussioni ed elettronica, suonate con ogni mezzo disponibile; ridotto a soli tamburi e oscillatori, il rock psichedelico delle origini evolve così in qualcosa di completamente diverso, in una musica ronzante ed estremamente paranoica. Lo stesso Simeon assembla uno strano marchingegno che porta il suo nome, composto da nove oscillatori audio e ottantaquattro manopole di controllo, che suona con ogni parte del suo corpo.
L’elettronica all’avanguardia dei Silver Apples non trova in quegli anni alcun confronto nel continente americano, sembra anzi anticipare i battiti tedeschi del kraut-rock, portando all’estremo i concetti del rock psichedelico e anticipando gli schemi di buona parte della new wave e della musica elettronica moderna.
I due dischi degli anni Sessanta, “Silver Apples” (1968) e “Contact” (1969), incanalano così la psichedelia nella nuova era spaziale. Dopo un solo biennio, i due hippie spariscono poi nei meandri del cosmo per ripresentarsi nel 1998, trent’anni più tardi, con un tris discografico in cui tentano – invano – di rimettere in moto il loro “meccanismo organico” rispolverando alcuni nastri trovati in soffitta. Tuttavia, proprio nello stesso anno, Simeon Coxe si rompe il collo in un incidente stradale ed è così costretto ad accantonare le sue ambizioni. Nel 2005 sopraggiunge infine l’impensabile: Dan Taylor muore per un attacco cardiaco a soli 56 anni. Il progetto dei Silver Apples è ora a tutti gli effetti un affare solista di Coxe, che decide di ritornare in questo 2016 con “Clinging To A Dream”, senza un batterista sostitutivo e affiancato soltanto da una spietata drum-machine: un piccolo peccato di superbia, perché è proprio il primitivismo dei ritmi umani e artigianali di Taylor l’elemento di cui si sente più la mancanza.
Ciò che di buono è presente nell’album è tutto racchiuso nella sognante traccia d’apertura “The Edge Of Wonder”, il brano più interessante del conio; non è un caso, infatti, che venga riproposto in un’altra versione più intima come finale del disco. La candela però si brucia velocemente e altrove solo il dub fantascientifico di “Missing You” sembra reggere il confronto. L’esperimento riesce ancora meno quando Coxe è alle prese con torbide spoken-word (“Colors”, “The Mist”), algoritmi da musica house (“Nothing Matters”) o sequenze da dance-pop radiofonico (“Susie”). Se negli anni Sessanta il futuro dipinto dai Silver Apples pareva addirittura spaventoso, oggi in “Clinging To A Dream” è solo spaventosamente conforme al panorama attuale, soprattutto nell’electro-noir di “Fractal Flow”, che sembra perfino uscito pari pari da un album dei White Lies.
In prossimità della chiusura, c’è spazio per una triade di brani che convince maggiormente, seppur senza stupire: i gelidi campionamenti vocali di “Drifting”, i volteggi spaziali di “Charred Fragments” e i pattern da dance-floor di “The Rain”. La temeraria immersione nella techno di “Concerto For Monkey And Oscillator” sembra invece ribadire quanto Simeon Coxe si stia soltando “aggrappando a un sogno” e quanto la genialità dei Silver Apples risiedesse anche nel defunto Dan Taylor.
07/10/2016