Assemblare, incrociare stimoli e sensazioni diverse: ecco cosa si può realizzare attraverso il web se animati da una sapiente curiosità intellettuale. L’israeliano Kutiman (Ophir Kutiel) fa tutto ciò in nome di una gustosa attitudine alla musica psichedelica e alle sue derivazioni speculative.
Dopo aver dato vita a pregevoli collage di filmati amatoriali di YouTube, Kutiman riprende le file della sua avventurosa mistura di soul anni 70, afro-funk e jazz, con un album che attinge colori e suoni alle mille possibili forme dell’arte, affinando la capacità descrittiva e implementando il lato visionario e visivo della sua musica, inglobando musica da film e nuove forme di blues.
Eccessivo, a volte leggero come un tè verde, “6am” conferma quel misterioso intruglio di vintage e moderno che aveva fatto gridare al miracolo nel 2007, e che solo dopo nove anni ritorna a essere il centro gravitazionale della sua attività d’artista.
Accattivante e sempre stimolante, “6am” non ambisce al rigore del capolavoro, mettendo in mostra piacevoli debolezze pop (“Shadows On The Follow”) e citazioni non sempre originali e pregnanti, ma il fascino sotterraneo della musica di Kutiman si alimenta del non detto, del non risolto, affidando spesso all’immaginazione e alla fantasia dell’ascoltatore la possibilità di completare il panorama emotivo delle canzoni. Autentica psichedelia.
Come un moderno David Axelrod, il musicista israeliano ritorna agevolmente dalle parti di quell’eccentrico soul-jazz che infiammò i tardi anni 60, la musica scorre come una eterna jam-session dove, unico protagonista, Kutiman si divide senza timori tra tecnologia e suoni analogici.
Il groove lounge di “Zeelim” accoglie tentazioni orchestrali senza perdere ritmo e sensualità, mentre “She’s A Revolution” infetta con geniali soluzioni elettroniche un funky-beat dall’enorme potenziale evocativo e ipnotico. Ma è la polverosa e umida sequenza di inflessioni psichedeliche la vera forza trainante dell’album: dall’introduttiva delizia ricca di effetti e breakbeat di “Jaffa Beach” alla conclusiva sintesi di soul psichedelico e spaghetti-western di “I Think I Am”, è un susseguirsi di stati emotivi intensi e coinvolgenti.
Spetta al bassista dei Firewater, Adam Scheflan, sottolineare con la sua voce i due piccoli gioiellini dell’album, una splendida “Shine Again” dove Morricone incontra John Barry a colpi di violini e trombe, e l’ancor più ambiziosa e notturna “Dangerous”, dove orchestra e sax accompagnano verso le tenebre una melodia malsana e contagiosa.
L’unica pecca di un album come “6am” è quella di stimolare sensi e percezioni in modo completo e suggestivo, senza che ci sia garanzia di un seguito a breve termine: non credo che sia giusto attendere altri dieci anni prima di avere un altro progetto a nome Kutiman. Speranzosi e gaudenti, nel frattempo ci trastulliamo senza sosta.
28/08/2016