Scomparso nel 2006 a causa di una rara malattia del sangue,
J Dilla aka Jay Dee resta, ancora oggi, un nome con cui fare i conti all’interno del variegato mondo hip-hop. La sua influenza è tangibile e lo sarà, con ogni probabilità, ancora per molto. Citando
Kanye West: “Continuo a chiedermi: se Dilla fosse vivo, gli piacerebbe ciò che sto facendo?”.
Proprio il parallelismo con West ci aiuterà, nel caso specifico, a raccontare la genesi di questo lavoro postumo. Procediamo con ordine.
Nel 2002 J Dilla era ormai divenuto un nome di punta per l’intera scena hip-hop,
mainstream e non. Le sue produzioni erano tra le più richieste dagli
emcees e i suoi
beat vellutati, morbidi, compassati, infarciti di
sample derivanti dalla migliore tradizione soul, avevano travalicato i confini della sua Detroit per imprimere un marchio indelebile sull’intera scena
black. Pharcyde,
De La Soul,
Erykah Badu,
A Tribe Called Quest,
D’Angelo, Common, Busta Rhymes,
The Roots sono solo alcuni dei nomi che fecero buon uso del talento di James Dewitt Yancey. Ciò che rese Dilla un autentico oracolo, più che la sua tecnica, furono le sue straordinarie doti di ascoltatore. Dedito al
diggin’ sin da ragazzino, Jay Dee possedeva in casa una collezione torrenziale di Lp, e in testa un oceano musicale, infinito e colorato (per ulteriori e approfondite delucidazioni sul percorso artistico del Nostro, vi rimandiamo alla sentita
monografia a firma di Alberto Guidetti).
Per nulla pago, Dilla desiderava (proprio come il sopraccitato Kanye West) confrontarsi col microfono – passo già accennato all’interno dei suoi Slum Village - e lasciare che fossero i
beatmaker che più stimava a fornirgli il tappeto sonoro. Il suo primo album per una major, la Mca, lo avrebbe dunque testato nelle vesti di
rapper; ma il progetto, per motivi solo ipotizzabili – passo indietro dell’etichetta; convinzione che venne a mancare allo stesso Dilla quando il tavolo era già apparecchiato – non vide mai la luce.
Quattordici anni dopo la Mass Appeal Records del veterano Nas, in collaborazione con l’etichetta dello stesso Dilla (Pay Jay Productions), dà alle stampe il disco così come (ne siamo sicuri?) J. avrebbe voluto che fosse.
Presentato al pubblico con i toni trionfalistici tipici del mondo hip-hop, “The Diary”, nonostante le buone intenzioni, non convince.
Il lavoro di
restyling attuato sui demo chiusi nel cassetto modernizza eccessivamente il lavoro e lo priva di quel “gracchiato” che spesso impreziosiva i vinili di J Dilla. Episodi piacevoli non latitano: “The Shining Pt.1”, “Fight Club” e “The Ex” (dove si sente la mano di Pete Rock in produzione, oltre che del sempre efficace
Bilal) su tutti; tuttavia l’album manca di organicità, alcuni
feauturing sono stati aggiunti di recente (
Snoop Dogg in “Gangsta Boogie” cita Obama) e molti dei brani presenti circolano da anni sulla rete e sotto forma di bootleg (“Fuck The Police” è ormai un classico del mondo
underground).
Il dubbio che sorge spontaneo perciò, è quello di ritrovarsi ad ascoltare una compilation piuttosto che un album che abbia una motivazione valida. Fortunatamente a tenere in piedi la baracca ci pensa ancora Dilla. Amici e colleghi si adoperano per celebrarlo, ma ciò che dà lustro al disco è proprio la sua ombra e il suo flow: indubbiamente piatto e monocromo, ma allo stesso tempo accattivante, incisivo, a tempo, una sorta di strumento che si aggiunge e accompagna la base sonora.
Può stupire, in definitiva, ascoltare Jay Dee far propria quella parte misogina, materialista, auto-celebrativa di tanto e troppo hip-hop nei suoi testi. Lui che, con le sue armonie gentili, insieme all’amico
Madlib ha saputo dar lustro al lodevole filone
conscious innalzandolo sino alle proprie vette. Ma nulla vieta di credere che queste tracce fossero per lui fonte di divertimento, di sperimentazione, voglia di evadere la “serietà” che metteva nel proprio lavoro e concedersi alla parte più “facile” del mondo che lo circondava.
“The Diary” può divertire, può far ballare; ma preparando questa recensione ho rispolverato “
Donuts”, ho chiuso gli occhi e mi sono lasciato cullare. Questo è J Dilla.