La carriera degli anconetani Lush Rimbaud perviene, con i due pezzi inclusi in uno split con gli olandesi zZz del 2013 (“A Finger Composition” e “Freak Dream”) a quella sintesi di ballabile sofisticato e partecipato che era già in nuce nel precedente “Sound Of The Vanishing Era” (2009). “L/R” invece delude, prendendo solo il lato più leggero della questione.
Facili e derivativi sono infatti i rave-up, da “Marmite” a “G-Sport” a “Not The Monkey”, incrostati di suoni artificiali. Due soli numeri possono aspirare a piccoli classici della new wave d’imitazione, “Acid Skyline”, con maggior fuoco ritmico e mitragliate di chitarra, e di certo “The Valley”, sinceramente anthemica e urgente.
In ogni caso regna una discreta confusione. Elementi militareschi, tromba con sordina e marcetta, risuonano in “Never Regret”. Non è invece chiara la funzione della medesima tromba (appena qualche secondo) in “Superindian”, altra scialba imitazione dei classici dark-punk. Il ruolo delle tastiere indica strade ancor più elettroniche nello spento gotico di “Silent Room”. Sulla stessa linea, “Dark Side Call”, un messale Jim Morrison-iano, potrebbe avere un qualche fascino come preludio a una composizione ambiziosa, ma è una chiusa uniforme e quasi indifferente di soli tre minuti.
Regressione modaiola, canzonettara e stereotipata per un gruppo che, invece, usava suonare sul serio. Questo, terzo album in più di quindici anni di esistenza, semplicemente non suona, non spacca. Co-produzione con fromScratch Records.
19/10/2015