Warren Haynes può ben considerarsi l’hardest working man del blues-rock: dopo gli inizi di carriera nella Allman Brothers Band, si è diviso in una quantità di progetti, collaborazioni e comparsate incalcolabile, tutto di altissimo livello; basti pensare che è lui che chiamano per fare le veci di Jerry Garcia gli ex-componenti dei Grateful Dead, quando si riuniscono per andare in tour. Ma lungi dall’essere un clone di Duane Allman o Dickey Betts, il nostro esprime la sua intima identità musicale nei Gov’t Mule, il “mulo del governo”, fondati nel 1994 con l’amico bassista Allen Woody, già negli Allman Brothers, e Matt Abts alla batteria. Il gruppo è dedito a un southern-blues di indubbia ascendenza allmaniana, caratterizzato però da una maggiore ruvidezza, grazie alla formazione a tre e all’assorbimento di varie influenze dal mondo del rock “duro”.
Ora The Mule festeggia i vent’anni di attività, resa travagliata dalla morte di Woody nel 2000 e arricchita dall’entrata in pianta stabile dalle tastiere di Danny Louis nel 2004; e quale modo migliore di celebrare se non con un imponente tour e uscite discografiche speciali quali un album-tributo ai Rolling Stones e uno ai Pink Floyd? Semplice, con un disco dal vivo registrato ad Atlanta in due serate nel 1999, due concerti ricordati dai fan con venerazione, una vera chicca per gli appassionati. Eppure si tratta di una release tutta particolare: assieme alla formazione originale suonano anche due ospiti speciali, il tastierista Dan Matrazzo e il chitarrista jazz John Scofield, per una scaletta interamente strumentale. Scofield non ha certo bisogno di presentazioni: basti dire che, nei suoi oltre quarant’anni di carriera, sono pochi gli angoli della musica moderna che richiedano l’intervento di una sei-corde da lui rimasti inesplorati, dalla fusion al blues e al rock.
La domanda però sorge ugualmente, come giudicare la collaborazione fra il raffinato jazzista e la ruvida rock-band? Chi rimarrà scontento, i fan del primo o della seconda? Come già ricordato, la versatilità di “Sco” non è in discussione e infatti lo troviamo perfettamente a suo agio anche in queste particolari vesti; i Mule dal canto loro sono ben abituati a diluire le loro composizioni in jam eterne, eppure Haynes ricordanelle note del booklet lo stupore di parte del pubblico nel rendersi conto di assistere a un set completamente strumentale. Conviene allora partire con l’ascolto: ad aprire le danze è “Hottentot”, dal precedente album di Scofield, diretta e un pizzico funkeggiante; con le sue armonie a due chitarre mette in mostra un tratto che scorre lungo tutto il concerto ed è l’immensa eredità degli Allman, che emoziona e rimanda direttamente al “Live At Fillmore East”. Tutta la band fa un lavoro straordinario: la sezione ritmica, abituata a pestare duro nei primi album dei Mule, si adatta alle circostanze mantenendo intatta la sua identità; Woody è passato dalla distorsione al basso “fretless”, ma il suono è ancora “grasso” e potente, Abts ha l’occasione di mostrarsi batterista capace di andare oltre gli standard del rock. Le tastiere di Matrazzo sono qui semplicemente spaziali.
Con la traccia seguente il Mulo si trova ancora più calato nella parte di jazz-band, nell’esecuzione di “Tom Thumb”, un classico di Wayne Shorter del 1967; se la scelta del pezzo è da attribuire all’affinità di Scofield con il jazz post-bop, la successiva “Doing It To Death”, cover dalla James Brown Band, ribadisce l’influenza funk, tra colpi di wah-wah e melodie da rituale dell’Africa nera.
Finora ci si è attestati su una media di undici minuti a brano, “Birth Of The Mule”, pezzo originale dei nostri, sfora e va oltre i quindici: rappresenta in un certo senso l’idea che una rock-band ha del jazz, con le sue atmosfere notturne, il walking bass e la batteria “swingata”; non a caso il titolo richiama il jazzista più rock di sempre, il Principe delle Tenebre Miles Davis. “Sco-Mule” riporta il discorso su temi più solari, per concludere con “Kind Of Bird” degli Allman, omaggio a Charlie Parker sia nella musica che nel titolo, straordinaria vetrina che dà occasione ai due “axemen” di mettere in mostra il meglio di sé, dai momenti più jazzati a derive hendrixiane.
Sul disco bonus, tra un’altra cover della J. B. Band e versioni alternative dei pezzi precedenti, è da segnalare una versione torrenziale dell'”Afro Blues” reso celebre da Coltrane, vero e proprio tour de force da 23 minuti.
Si può concludere che il jazz abbia preso il sopravvento sul rock in questa particolare prova del Mulo: un disco che, manco a dirlo, non aggiunge assolutamente nulla di nuovo ai due mondi, e non perché le registrazioni risalgono al ’95. La sensazione finale che lascia è però quella del godimento infinito che si prova nell’imbracciare il proprio strumento e suonarlo, nella maniera più genuina che possa venire in mente. Si potrebbe obiettare di trovarsi di fronte a della musica “per musicisti”, opinione che una volta non avrebbe avuto senso e che invece salta in mente ora che il blues e il jazz sono generi di nicchia. Ma non è questa la sede per mettersi a discutere dello scorrere del tempo sui classici, questo è un disco che, se piace il genere, non può che lasciare pienamente soddisfatti.
17/04/2015