Francesi, in pista da trent’anni e giunti ormai al loro ottavo album, i Minimum Vital sono una piccola istituzione del panorama progressive. In piena era neoprog, hanno saputo coniare una formula viva, originale e dalle caratteristiche stilistiche inconfondibili: uno sposalizio del tutto peculiare di folk e prog, in cui sonorità e intrecci tipici del secondo genere sono messi al servizio di temi melodici e strutture compositive che affondano le proprie radici nella tradizione folk europea.
Dal 1990 del capolavoro “Sarabandes” i Minimum Vital hanno sviluppato la loro formula, conservandone le caratteristiche base (vocazione prevalentemente strumentale, sound dall’impianto fortemente tastieristico, trainante carica ritmica, nessun parallelismo agevole con classici vecchi e nuovi del settore) ma ampliando pian piano lo spettro delle tradizioni musicali oggetto di rivisitazione. Tra alti e bassi, eccoli arrivare dunque al doppio “Pavanes”, che fin dal titolo riprende il loro disco più riuscito e sembra proporsi spavaldamente come summa delle tante peregrinazioni geografiche e stilistiche condotte dalla band nei tre decenni di carriera.
Nonostante i diciannove brani, l’ora e mezza abbondante di musica e la sostanziale rarità degli episodi cantati, “Pavanes” è tutt’altro che un disco indigesto. Complice un dinamismo che un po’ era mancato nelle uscite immediatamente precedenti, i brani scorrono uno dopo l’altro con grande leggerezza, e stupendo costantemente per il loro estro e la loro varietà.
È uno stile barocco, quello dei Minimum Vital, arzigogolato ma brioso – a tratti perfino frivolo. Mantenendo costante il passo brillante e vagamente spigoloso tipico delle danze tradizionali bretoni e occitane, abbraccia movenze medievaleggianti in “La basse danse” e “La pavane”, spezie mediterranee in “Maria Flies”, “Yassim” o “Suite Ibérique”; scherza tranquillamente col talk box in “Javary & Montago” ed “Ende Limbo”, e non teme l’eccesso di stratificazioni nella scattantissima “Sur tes pas”.
A fungere da faro per tutta la durata del disco, l’eccezionale consapevolezza melodica della band. Gli strumenti si avvicendano: ora in primo piano è un assolo di chitarra arroventata, ora il basso gommoso le ruba la scena per giocare sulle note alte, seguito poi dai synth svavillanti e un po’ kitsch che da sempre caratterizzano il sound Minimum Vital. Sempre e comunque, però, il centro assoluto dello spettacolo è il gioco di rimpalli melodici che, più che “orecchiabili” o “cantabili”, andrebbero definiti “fischiettabili”. Limpidi, leggeri come uno zufolare spensierato, gli svolazzi prog-folk dei Minimum Vital sono essenzialmente questo: un formidabile fischiettio sinfonico.
Esuberante, focoso, al tempo stesso moderno e ostentatamente retrò, “Pavanes” è insomma un disco che mostra una band perfettamente a suo agio nel suo stile, capace di lasciarsi andare senza mai perdere il controllo, restando equilibrata anche in mezzo al più eclatante florilegio di barocchismi. Non un disco per tutti (parliamo pur sempre di una band neoprog fino al midollo, e il cui tasso di “ripulitura” del suono rischia di collocarsi ben oltre la soglia di tolleranza dei non avvezzi al genere) ma senz’altro il miglior biglietto d’ingresso possibile per chi volesse avvicinarsi alla band, e un’eccellente e perfino sorprendente riconferma per i fan di lunga data.
06/02/2015