Al terzo episodio della sua discografia, Chris Garneau si reinventa ancora una volta, lasciandosi indietro le morbide trame cinematiche di “Music For Tourists” e in parte il chamber-pop di “El Radio” e incontrando Sufjan Stevens sul terreno dell’elettronica vintage. Più ambizioso e ricercato, “Winter Games” resta un album di pop song sognanti e leggiadre, spesso ricche di cliché, che attenuano il fascino malizioso del suo mix di folk, pop, ambient, europop ed elettronica.
L’irruenza pop di “Oh God” è di quelle destinate a racimolare consensi su YouTube e iTunes. Lo spettro degli A-ha corrompe il suono dei synth conciliando riff e chorus molto flebili, ed è purtroppo questo il binario sul quale si muove l’intero album, una festa di sonorità avvolgenti e ruffiane che nascondono un calo d’ispirazione e una personalità poco incisiva e originale.
Lo scenario iniziale di “Our Man” in verità è molto suggestivo: per un istante sembra che Chris sia pronto a replicare le buone intuizioni di “El Radio”, ma nonostante “Winter Song 1” e “Winter Song 2” tentino di catturare lo stesso pathos, restano solo due bei compitini di calligrafia indie-pop. Abilmente Garneau riesce a manipolare i suoni nel tentativo di depistare i sospetti di plagio, e per un attimo recupera l’ispirazione nella simpatica ballata minimalista “Danny”, ma il senso di vuoto resta presente negli spazi angusti lasciati da una produzione troppo sintetica per suonare passionale.
“Winter Games” è comunque un album carino, ma sostanzialmente inoffensivo, destinato a lasciare il vostro lettore con la stessa discrezione con cui si fa approcciare: non c’è alcun dubbio che canzoni come “The Whore In Yourself” o “Switzerland“, con i loro riverberi sognanti quasi emo-pop, possano ambire a colonna sonora di un serial tv americano, ma sarà la forza delle immagini il valore aggiunto che renderà qualsiasi canzone dell’album indimenticabile. Purtroppo da sole non riescono a evocare altro che flebili e innocenti sensazioni.
24/05/2014