Chi l’avrebbe mai detto solo pochi anni fa che Daniel O'Sullivan (
Sunn O))),
Guapo,
Ulver, etc.) e Steve Moore (Zombi) si sarebbero alleati per produrre un disco di caramelloso elettro-pop.
L’americano Moore aveva già fatto capire la sua fascinazione per i suoni dei vecchi sintetizzatori con il suo gruppo madre, gli Zombi, con la passione per i
Goblin, e con una manciata di dischi solisti uno più bello dell’altro (imperdibile l’ultimo “
Pangaea Ultima” su Editions Mego). Decisamente più sorprendente la svolta pop dell’inglese O'Sullivan, generalmente impegnato a suonare musica tutt’altro che rassicurante e questa volta, invece, a suo agio nel ruolo di cantante neo-romantico (con tanto di capello impomatato, giacca e cravatta).
Le nove danze di "Mercury" sembrano provenire dalla colonna sonora di un vecchio blockbuster dei primi anni 80: “Falling Into The Night” rievoca i fantasmi di una delle più mielose stagioni pop anglosassoni, quella dei vari
Duran Duran e
Spandau Ballet; “Automatic And Visible” è un altro tentativo di stendere un ritornello appiccicoso sopra un insipido groove sintetico; “Neverending Arc” contiene le derive italo-disco in favore di un’ambientazione più liquida e notturna.
Solo in coda alla scaletta O’Sullivan e Moore si concedono una divagazione sperimentale fuori dal canovaccio del disco con la lunga “Organon” che rende in parte giustizia alla loro fama.