Marnie Stern - The Chronicles Of Marnia

2013 (Kill Rock Stars)
math-rock, noise-pop

Il quarto album in studio in circa sei anni di corsa solitaria dell’ex-chitarrista dei Motorsoft ha il faticoso dovere di non farci maledire il giorno in cui abbiamo conosciuto le doti, la voce e il bel viso maturo della newyorkese Marnie Stern. Semplicemente perché, dopo l’esordio di “In Advance Of The Broken Arm”, vigoroso e atipico noise-pop svagatamente confusionario, e dopo la seconda prova, “This Is It and I Am It and You Are It and So Is That and He Is It and She Is It And It Is It and That Is That” che sembrava canalizzare tutte le visioni pop e math dell’artista, arrivò l’omonimo disco del 2010 a incasinarci la capoccia e a sfamare il dubbio che quella chioma bionda sfolgorante non fosse altro che un fuoco di paglia, con poche idee a fare da carburante.

Mai nulla da dire sull’interpretazione pura della Stern, sia alla voce, sia alla chitarra, né sull’accompagnamento alla batteria di Zach Hill, già membro degli Hella e dei Death Grips, oltre che autore di un paio di produzioni solista. Nulla da criticare in merito alla spavalderia di miscelare matematica e melodia. Forse, ci sarebbe stato qualcosa da dire sui limiti essenziali che tale proposta ha in fase compositiva, almeno per quanto riguarda la stessa Marnie Stern, spesso limitata dalla sua musica, ma è storia passata. Certo, ha il merito di aver volgarizzato musica ostica ma in fondo, anche se attraverso vie diverse, ci hanno pensato i Battles (meglio) a dilatare la platea potenziale di un genere che, se non propriamente di nicchia, di sicuro non si può dire abbia lo stesso seguito di alcuni parenti più stretti e che, a tal proposito, spesso sente la necessità di inquinarsi ora col post-hardcore (Shellac, Drive Like Jehu), ora con l’indie (Polvo, Ewa Brown) quando non con altre realtà dal pubblico più vibrante. Gli unici (quasi) puristi del genere capaci anche di far innamorare tanti furono gli stessi Don Caballero che diventarono ispiratori morali e non, proprio dei Battles. A differenza loro, Marnie Stern cade ancora, invece, nel tranello di utilizzare le peculiarità del math per fare in realtà altro. Un noise-math-pop poco spigoloso e rumoroso e dalle forti tinte pastello. Almeno questo è stato fino a ora.

Infatti, non tutto quello che viene fuori dalle casse ascoltando "The Chronicles Of Marnia" può definirsi semplicisticamente banale o mal riuscito tentativo di rendere popolari strutture ritmiche inconsuete e multiformi, asimmetrie precise e testi criptici, quando non apparentemente irragionevoli. L’album, se è vero che non è puro math, è in realtà anche pieno di pezzi straordinari, che non enfatizzano e propagandano per nulla questo pseudo-esperimento, ma anzi lasciano scorrere con naturalezza le note fino alla fine del disco, che non scade mai in pesantezze inutili.
La voce di Marnie Stern è meno esplosiva e invasiva rispetto al passato e sfocia frequentemente in arie dreamy e malinconiche, pur se carica di enfasi carnale, quasi esotica, grazie a una pronuncia che, nelle parti corali diventa irrealmente maliarda (“Year Of The Glad”, “Nothing Is Easy”). Anche nella sua tecnica particolare con la chitarra a due manici, il cosiddetto tapping, già utilizzato da Steve Vai o Eddie Van Halen, tanto per citare due nomi tra i più noti, riesce a pescare spesso equilibri orecchiabili, soffici (“Immortals”, “East Side Glory”) senza sfociare nel fastidioso virtuosismo puro dei maestri dello stile.

"The Chronicles Of Marnia" s’incunea alla perfezione nella produzione artistica della chitarrista statunitense, esponendo ancora quelle singolarità impetuose, piene di energia, sfavillanti ma questa volta, meglio che nel recente passato, non stonano i momenti di delicata placidità spirituale che si fa espressione sonica (“Immortals”). Fondamentale per questa evoluzione, o comunque per tale mutamento, è la presenza (nuova) del batterista Kid Millions degli Oneida, che ha influenzato le ritmiche avvolgendole in una nebbia psych-rock (“You Don’t Turn Down”, “The Chronicles Of Marnia”, “Hell Yes”) nella quale è finita per volteggiare anche la cantautrice.
Se da un lato la musica sembra farsi più intima, compulsiva, psicotica ma eterea, dall’altro mantiene intatta la sua capacità di suonare sempre allegra, festosa, quasi semplice per orecchie poco attente (“Noonan”, che sembra uscita dalla mente di Vampire Weekend decisi a mettersi a suonare sul serio, “Immortals”), mentre in rari episodi (“Still Moving”, “Proof Of Life”) l’anima della creatrice sembra affaticata e spenta, inadatta a ostentare estasi nel vortice caotico della vita.

Non troppo calcati i rimandi al rock degli anni d’oro Sessanta e Settanta (“Hell Yes”, “You Don’t Turn Down”), mentre è molto più solida la matrice Ottanta, che suona come logico riferimento e punto di partenza per la creazione della sua personale realtà, intensa, convulsa e seducente, come svelato nei momenti migliori della tracklist. Il quarto lavoro di Marnie Stern non è il disco della consacrazione, non è il punto di arrivo a niente, non un capolavoro, né la fine eterna della sua arte, ma suona piuttosto come un nuovo inizio; "The Chronicles Of Marnia" è la rinascita di una nuova anima in un corpo troppo simile al cadavere abbandonato dopo la metempsicosi del suo essere.

Tracklist

  1. Year of the Glad
  2. You Don't Turn Down
  3. Noonan
  4. Nothing Is Easy
  5. Immortal
  6. The Chronicles of Marnia
  7. Still Moving
  8. East Side Glory
  9. Proof of Life
  10. Hell Yes

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