Ryan Vanderhoof è un ragazzo dell'Oregon che dal 2002 al 2007 ha militato nella barbuta combriccola denominata Akron/Family. Dopo il 2007 è diventato, a sua insaputa o meno, l'uomo-simbolo del declino della band amica di
Michael Gira. Andato via lui, i restanti tre
freak hanno messo a dura prova sia la critica che i fan. Per assorbire il trauma dell'abbandono gli ci sono voluti infatti tre album in studio (più un
live e una
limited edition), cambiando e ricambiando costantemente pelle.
Ora di Ryan non si hanno più notizie da un po', c'è chi dice dia lezioni private di chitarra in California, ma ce lo immaginiamo, presumibilmente sorpreso, intento ad ascoltare le note che provengono da questo settimo disco della sua ex "famiglia". Visto il materiale proposto poi, non ci stupiremmo se nel mezzo ci trovasse qualche messaggio subliminale a lui rivolto.
Già un messaggio (e neanche subliminale) di sicuro gli arriverà dalla veste grafica. A cura di
Stephen O'Malley, ricorda a suo modo "Meddle" dei
Pink Floyd. E anche l'idea complessiva non si distanzia molto dall'orecchio degli inglesi. Laddove infatti nel precedente lavoro i rimandi psichedelici
à-la Flaming Lips flirtavano con gli stra-abusati
Animal Collective; e sul mediocre "Set "Em Wild, Set 'Em Free" i rimandi sonici arrivavano al primissimo
Bruce Springsteen o ai
Vampire Weekend, ora come ora "Sub-Verses" suona come il migliore ricordo degli Akron/Family che ci portavamo in valigia. Riassemblato, cotto bene con nuovi ingredienti, messo insieme con passione e originalità più che con la voglia di piacere un po' a tutti. Il tutto, un'altra volta.
Forse è per questo non passano neanche quattro canzoni (su dieci complessive, tutte di durata superiore ai quattro minuti, esclusa "Sand Time"), e la sensazione complessiva è di una
resettata quasi totale al proprio
modus operandi. Stringendo le viti
weird-folk e della psichedelia (a tratti anche
à-la Brian Jonestown Massacre), abbattendo ruffianate da villaggio-vacanze e concentrando più sabba lisergici in piccoli spazi.
In un certo senso sembra proprio di sentire una versione noir e meno autoindulgente dei precedenti dischi; ad esempio, in un brano come "Way Up", con quegli intrecci vocali irresistibili e aperture
afro in palese contrasto con la conclusione
noise dell'
opener "No-Room"; o in roba come "Sand Talk", con il suo
freakbeat-jazzcore in libera scorribanda. O ancora nella destrutturata e sinistra "Sometimes I".
Dall'altro non si vuole rinunciare ad aperture
snob-pop nella sfumatura meno interessante dell'etimo: "Until The Morning" e "When I Was Young" sono sterile manierismo come se ne sente a iosa ogni mese (e con un testo insulso); "Holy Boredoms" riesuma in pochi minuti il peggio del tribalismo dubstep in salsa
rock-influenced ora in circolazione. Tante volte qualcuno ci cascasse", insomma.
Dal rendez vous con "Sub-Verses" però se ne esce, comunque, meglio che da altri solchi firmati di recente dagli Akron/Family. Che questi cinquanta minuti e cinque secondi siano l'inizio di una rinascita oppure no.