È possibile, superati i dieci anni del terzo millennio, reinventare uno strumento come la chitarra? Dopo gli stupri seriali di
Hendrix, dopo gli archetti di
Page e
Jónsi, dopo le schizofrenie di un
Derek Bailey o un
Mick Barr – e chi più ne ha più ne metta – cos'altro dovremmo aspettarci? Arrivati a questo punto i tempi sono già decisamente maturi per far sì che la chitarra diventi qualcosa di diverso da come l'abbiamo sempre immaginata e iconizzata. La parola chiave, ancora una volta, è (deve essere)
trasfigurazione.
Il chitarrista norvegese
Stian Westerhus sceglie l'estremismo di un luogo come l'Emanuel Vigeland Mausoleum, a Oslo: un sepolcro con una temperatura stabile di 5°C e un riverbero naturale di circa venti secondi; questi i presupposti necessari alla realizzazione e alla comprensione di “The Matriarch and the Wrong Kind of Flowers”, traversata immaginifica generata dal continuo dialogo tra una fonte acustica naturale e la sua devota rielaborazione in studio. Che si tratti o meno di artifici, essi non servono ad accentuare bensì a stravolgere gli input dell'autore, che man mano va celandosi dietro una fitta cortina di strumenti immaginari: un'orchestra fantasma di wagneriana memoria, come nelle spettrali elaborazioni di
Indignant Senility; o un'eco funerea sorta dalle ceneri del diamante
floydiano (non a caso il prologo si intitola “Shine”), reminiscenze riavvolte e compresse dalle nebbie del tempo.
A stupire non è dunque l'applicazione massiccia dell'archetto alle corde della chitarra – il cui suono peraltro si mantiene quasi sempre pulito –, ma le incredibili suggestioni sonore scaturite dall'intrecciarsi di filtri e sovraincisioni: essi agiscono con un'efficacia tale da rendere indistinguibili gli effetti atmosferici dalla loro controparte digitale, aumentando esponenzialmente la forza evocativa del quadro ambientale d'insieme. I rarissimi elementi vocali hanno del grottesco, paiono atti a schernire l'idea che si tratti di una musica da incubo, quando è piuttosto evidente che Westerhus sta tracciando una nuda e profonda realtà sonora, quasi senza precedenti. Diversi gradi di astrazione si alternano nei movimenti di un sostanziale
unicum: se le ruvide emanazioni di “Forever Walking Forests” ricordano l'ultimo canto degli
Yellow Swans, molti altri passaggi si direbbero la risposta più concreta, quasi vent'anni dopo, al gelido isolazionismo di
Thomas Köner. Una schiettezza per certi versi straziante ci pervade, e da ultimo confluisce nel raglio soffocato di “The Wrong Kind of Flowers”, riplasmato in minime particelle cibernetiche disperse nello spazio acustico, prima di un estremo residuo arpeggiato di umanità.
Disagio e incanto, straniamento e dolorosa consapevolezza: tanti diversi sentimenti, opposti e complementari, rendono questo album assolutamente unico. Ulteriore conferma per la venerabile Rune Grammofon, autentica fucina d'ogni tipo di talenti, e affermazione perentoria della radicale visione artistica di Stian Westerhus, realmente degno di essere ricordato tra gli strumentisti più innovativi di questi ultimi anni.