Talvolta capita che i dischi cosiddetti “a presa rapida” mollino la suddetta presa con la stessa velocità con la quale l’hanno effettuata. Del resto, spesso l’immediatezza è la conseguenza di un impianto musicale senza pretese ma che ha le caratteristiche giuste per coinvolgere l’ascoltatore fin dal primo approccio. Poi, però, può capitare di ascoltare il prodotto di quest’impostazione anche per decine di volte senza stancarsene mai, oppure che dopo pochi passaggi nel lettore non si trovi più alcun motivo d’interesse e si preferisca passare ad altro, senza che comunque ci si sente necessariamente delusi dalla scarsa longevità di canzoni che si erano lasciate subito apprezzare.
Gli All The Young – da Stoke On Trent – dichiarano espressamente che il loro scopo è riportare l’attenzione del pubblico sulla bellezza del suono puramente chitarristico e delle canzoni con le sei corde come ingrediente primario. Rimanendo nell’ultimo periodo, senza tener conto quindi del successo degli Arctic Monkeys, da un lato va detto che i Vaccines erano già riusciti in questo intento non più tardi di un anno e mezzo fa, dall’altro è vero che gli autori di “What Did You Expect…” hanno riferimenti chiaramente risalenti a qualche decennio fa – e per gli amanti di un rock di stampo più moderno le band degne di interesse, ultimamente, scarseggiano.
Questo quartetto, quindi, sembra proprio la proposta giusta nel momento giusto, grazie al suono potente, alle melodie spiccate, alla voglia di costruire i brani con ritornelli dotati di ganci melodici pronunciati, con giri di chitarra che non ricalcano le linee melodiche vocali ma creano un’interazione con esse in modo da valorizzarle, con le armonie vocali messe sempre nel posto giusto. Inutile far finta che una proposta del genere non continui a portare con sé un certo fascino nonostante non sia esattamente l’esempio delle ultime tendenze secondo le quali, se non hai almeno un synth, non vai da nessun parte. Se il suono e il cantato trovano il giusto equilibrio tra pulizia e grinta, le melodie principali sono ispirate e le scelte di come valorizzarle tramite i citati giri di chitarra sono efficaci, almeno ai primi ascolti non si può certo evitare di scuotere la testa dall’alto verso il basso, un po’ per tenere il tempo e un po’ in segno di approvazione.
“Welcome Home” non manca di questi pregi, e gode anche di una tracklist in cui i brani con inserti acustici e quelli in cui il ritmo rallenta (e lo spettro emozionale si fa più intimista) sono posti in modo oculato per spezzare a dovere l’uniformità della maggioranza delle canzoni, che ricalca le caratteristiche descritte sopra, senza che si perda l’effetto del tiro dell’elettricità e delle melodie. Poi, però, gli ascolti passano e ci si ritrova, quasi senza accorgersene, a rendersi conto che gli unici brani che ancora catturano come la prima volta sono i due iniziali, ovvero “Another Miracle” e “Today”. Gli altri si perdono inevitabilmente alla prova della longevità, ed è difficile argomentare oggettivamente, e quindi spiegare al lettore, perché le due canzoni citate riescano a mantenersi interessanti a lungo e le altre no. Sarà che le melodie sono troppo prevedibili, o i giri di chitarra non hanno linee sufficientemente marcate che le valorizzino come dovrebbero, o forse è la sezione ritmica a non avere abbastanza tiro. Oppure, molto semplicemente, per una volta si può anche ammettere che è meglio rinunciare a una spiegazione critica e affermare che le idee espresse in quelle due canzoni sono migliori di quelle presenti negli altri, in termini di pura bellezza estetica e di efficacia della loro interazione.
Non si può dire che le canzoni diventino brutte di colpo – si lasciano comunque ascoltare, quindi questo debutto arriva tranquillamente alla sufficienza. Ma se lo acquistate, sappiate che rischiate di lasciarlo a prendere polvere dopo poco tempo. Poi non dite che non ve l’avevamo detto.
27/07/2012