UNDERGROUND RAILROAD - White Night Stand

2011 (One little indian)
rock

Dalla Francia a Londra il passo è stato breve per gli Underground Railroad; perennemente in bilico tra grunge, psychedelia e citazioni cinematografiche di David Lynch, il trio non sembrava riuscire a trovare il giusto equilibrio tra pulsioni indie-rock e ambizioni da rock-stadium.

Non hanno ancora deciso se essere i nuovi Sonic Youth o i gemelli diversi dei Radiohead, ma questa esitazione in verità offre a “White Night Stand” la possibilità di scivolare verso un suono più diretto e accattivante.

Le intuizioni più felici del loro terzo album si manifestano maggiormente nelle sonorità e nella patina di oscura disperazione che grava sulle monocordi tracce dell’album.

L’evoluzione è interessante e stimolante, gli Underground Railroad mostrano un piglio più deciso e una coesione armonica più netta, tutti elementi che potranno finalmente spalancare le porte al successo.

Elementi noise e una maggior presenza di basso e ritmiche ossessive aggiungono un senso di oscuro presagio che affascina e incuriosisce.

 

Quello che non si è evoluto è, tuttavia, il loro songwriting; nel tentativo di evocare i loro numi tutelari sfiorano spesso il plagio da b-side, come dimostrano ad esempio “We Were Slumbering” e “Traces Of Nowhere”, che possono annoverarsi nella lunga teoria di brani simil-Radiohead che inflazionano il panorama rock-indie.

L’affascinante melange di post-punk e delizie da femme fatale si concentra negli episodi più riusciti: il blues frastornato di “The Black Widow” è una delle migliori performance della loro carriera, un riff funesto che coinvolge un insieme di voci e pulsioni psichedeliche, una magia che prosegue in “The Orchid’s Curse”, corrosivo rock dalle mille variabili cromatiche che guizzano su un corpo armonico apparentemente monocorde e sorprendentemente sfaccettato.

La rete di emozioni che “White Night Stand” distende intorno alle ambizioni del gruppo, possiede esche a sufficienza per raccogliere proseliti, ma non si può tacere lo smarrimento che provoca “Seagull Attack”, confusa tra lungaggini e banalità armoniche, né il disagio che accompagna la pseudo-modernità di “Ginkgo Biloba”.

Il passo avanti compiuto dal gruppo francese è evidente nella insolente nenia futurista di “Lucky Duck”, tra ritmi ossessivi, loop di chitarre violate e cori gothic-doom, per una cavalcata visionaria che spinge oltre le sonorità e raggiunge un climax perfetto.

In definitiva c’è molta carne al fuoco in “White Night Stand”; e anche se il tragitto verso la maturità è ancora lungo, ma pur senza elevarsi dalla aurea mediocrità del rock indipendente, l’album non risulta sufficiente a sdoganare il ruolo da outsider della band francese.

17/06/2011

Tracklist

  1. 1. 8 Millimeters
  2. 2. We Were Slumbering
  3. 3. The Black Widow
  4. 4. The Orchid’s Curse
  5. 5. Russian Doll
  6. 6. Yellow Suit
  7. 7. Ginkgo Biloba
  8. 8. Lucky Duck
  9. 9. Seagull Attack
  10. 10. Traces Of Nowhere
  11. 11. Rude Awakening

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