Dopo la buona accoglienza ricevuta due anni or sono dal proprio disco d'esordio "Dadà-Danzè", tornano in vetrina gli El-Ghor, promettente quartetto napoletano indie-rock. Il nuovo album, Merci Cucù, ripropone la loro personale mescola fatta di chitarrismo wave e di sapori francesi, senza però raggiungere risultati particolarmente significativi. La mezz'ora di musica contenuta nei dieci brani di questo atto secondo non riesce infatti ancora a trovare una dimensione realmente corposa, suscitando sì suggestioni, ma perdendosi laddove si provi ad approfondire.
Il nucleo più sincero, o quantomeno più compiuto, sono veloci singoletti d'impatto come "Monsier Paul" e "Rien n'est parfait", numeri base di nu wave a chitarre arrovellate e sezione ritmica sostenuta, sagacemente impreziositi da arrangiamenti classici – violini e fiati – o profumati da melodismo raffinato. La bussola finisce fuori giri quando, invece, si tenta di dare forma più variabile al compromesso fra decadentismo francofono, indolenza post-rock e rasoi post-wave, lasciando maggiore spazio a ognuno e raggiungendo un equilibrio in realtà assai precario ("Qu'est-ce que vous voulez?"). Man forte ai limiti intrinsechi della band è data poi da una cattiva produzione, assai piatta e troppo levigata, che spegne i suoni e non permette di apprezzarne appieno gli umori.
A fare di "Merci Cucù" un album comunque non disdegnabile, anche se null'altro che appena sufficiente, è l'innegabile potere incantatorio che la band riesce talvolta a sprigionare. E' il caso dell'intermezzo "Cucù-tête", incontro di violino e piano cesellato con meravigliosa grazia e dal grande fascino evocativo.
In definitiva, si tratta di un disco dimenticabile, che non riesce a mantenere le promesse che il talento degli El-Ghor pareva potersi permettere di fare.
19/05/2009