Lili Refrain

19-04-2026
"Nagalite" è la settima release della multistrumentista, compositrice e performer Lili Refrain. Il disco segue il successo internazionale di “MANA” (2022), che ha portato l’artista italiana a un’intensa attività live come headliner e come supporter in tour europei e nel Regno Unito con Heilung e The Cult. Ecco cosa ci ha raccontato in questa intervista dove abbiamo toccati diversi temi che spaziano dalle più particolari sonorità al kung-fu.

Qual è stato il tuo primo approccio con la musica? A quale età hai iniziato a interessarti ad essa?
Mi hanno raccontato che per tranquillizzare i miei movimenti nella pancia di mia madre, spesso i miei poggiavano sul pancione delle enormi cuffie stereo con dentro i Beatles e l’effetto di pace era pressoché istantaneo. Non ne ho memoria, ovviamente, ma probabilmente il mio primo approccio alla musica sarà stato quello! Ho avuto la fortuna di ascoltarla fin da piccola ed è sempre stato motivo di condivisione e di molti racconti soprattutto da parte di mio padre che aveva costruito un impianto quadrifonico in salone dove passavamo ore a farci avvolgere da tutto. A 13 anni ho ricevuto una chitarra classica in dono e da quel momento nulla è più stato lo stesso! 
 
La tua musica esplora diverse sonorità: tribali, droniche, blueseggianti. Il tutto sempre al servizio di una formula molto personale. Come componi i pezzi generalmente?
Non ho esattamente una regola e non mi pongo dei limiti di genere. Mi piace lasciar confluire in totale libertà tutto ciò che ritengo adatto a esprimere quello che sento in quel momento e questo può succedere in mille modi diversi. Alle volte mi metto semplicemente a suonare senza alcuna velleità e magari escono fuori cose che decido di fissare e di sviluppare. Altre arrivano totalmente da sé, da un sogno, da un’idea improvvisa, da un’immagine o una suggestione. Altre volte mi impegno proprio tecnicamente a vedere cosa potrebbe venire fuori se assemblo delle ritmiche e delle melodie in un certo modo, dipende… Ogni mio brano è arrivato in modo diverso e ognuno ha una sua storia.
 
L'approccio live penso sia molto importante per te, in quanto è una sorta di performance rituale, come ti prepari?
La preparazione dei live arriva da tutti i giorni di lavoro che faccio quasi quotidianamente quando non sono su un palco. Quello che faccio dal vivo è abbastanza complesso da gestire, ci vuole una grande preparazione tecnica, fisica, un senso del ritmo chirurgico e una concentrazione ninja. La dimensione live è quella che preferisco in assoluto! È molto più diretta di un disco, è un dialogo, una condivisione viva, e dal mio punto di vista l’impatto è decisamente molto più forte. Suonando da sola tutti gli strumenti e dovendo gestire 5 looper diversi in tempo reale, senza computer o artifici che non siano la propria fisicità, ho bisogno di una grande preparazione, ovviamente. Quindi passo la maggior parte del mio tempo a suonare e studiare affinché il mio corpo assuma la memoria muscolare che gli serve per poter gestire tutto senza troppe difficoltà e senza che la parte cerebrale intervenga troppo. Questo mi aiuta a veicolare il suono in modo molto più viscerale, perché in primis sono proprio io a vivermelo così, e lasciare che la ripetizione dei vari loop faccia il suo effetto di trance. Ci tengo molto che la tecnica abbia la sua parte ma non sia predominante, che possa apparire semplice (anche se non lo è affatto!) per lasciare che sia tutt’altro a comunicare. 
 
Il cinema ha, in qualche modo, influenza sulla tua musica? Se sì, quali film e registi, in particolare?
Onestamente non in modo diretto. Chiaramente tutto può essere una forma di influenza, ma non credo di avere un legame esplicito con il linguaggio cinematografico, come accade ad altri artisti. Ci sono però musicisti che hanno scritto colonne sonore ineguagliabili, dai nostri Ennio Morricone e Nino Rota a Philip Glass e Michael Nyman. Mi piace molto la capacità di raccontare una storia, di guidare e suscitare emozioni, indipendentemente dalla possibilità che questo avvenga attraverso parole, suoni o immagini. Amo visceralmente registi come Kurosawa, Kitano, Park Chan-wook, Tarkovskij, Lee, Lynch, Villeneuve… Ma non so quanto tutto questo entri davvero nella mia musica o nel mio immaginario sonoro.
 
Quali dischi possiamo definire fondamentali per la tua crescita?
Che domanda difficile! Non saprei assolutamente farti un elenco, sarebbe enorme e noiosissimo… ci provo… I primi dischi che mi hanno formato sono quelli che ascoltavo da bambina con mio padre, come i Beatles ("Abbey Road" e "White Album" in testa a tutti), Led Zeppelin ("I", "II", "III" andavano abbastanza a ripetizione in casa), Pink Floyd ("Atom Heart Mother" e "The Dark Side Of The Moon" quelli a cui sono in assoluto più legata), Black Sabbath (ovviamente "Paranoid"!) e Santana ("Abraxas" senza dubbio è quello che mi ha fulminata chitarristicamente). Da adolescente ho imparato la chitarra da autodidatta sui tabulati dei dischi dei Metallica e confrontandomi con diversi virtuosoni come Satriani ("Surfing With The Alien"), ma è in assoluto è "Chaos AD" dei Sepultura ad avermi forgiata di più in quel periodo, probabilmente stillando in me l’amore per le percussioni acustiche e un certo approccio tribale alla musica.
I concerti dal vivo hanno sempre avuto un impatto enorme su di me e negli anni dell’adolescenza ho assistito a molte performance incredibili, grazie soprattutto agli spazi occupati che a Roma sono sempre stati dei contenitori fantastici di cultura e sperimentazione, molte volte ben al di sopra di ciò che offriva la città, credo di dover molto a band come Concrete (Nuc Scio Tenebris Lux) e tutti quei gruppi che adesso forse non esistono più e i cui dischi li trovavi solo ai loro banchetti. Da loro ho sicuramente imparato molto sull’attitudine nell'intraprendere un percorso e stare su un palco in un certo modo. Ho iniziato col tempo ad ascoltare anche molta musica classica e contemporanea, molto importante è stato Robert Fripp, il minimalismo di Steve Reich, le visioni di Ligeti e approcci alla voce molto gestuali e trasversali come quelli di Meredith Monk, Nina Hagen, Diamanda Galás. Gli Swans e tutti i loro dischi sono stati sicuramente ascolti molto intensi per me e potrei continuare con molto, moltissimo altro, ma direi che forse posso fermarmi anche qui!

Quanto è importante l'arte visiva per te?
Nella vita dici? Moltissimo! Vivo circondata da opere, fotografie e illustrazioni di moltissimi artisti. Nelle copertine dei miei dischi ho sempre cercato di collaborare con persone che conosco direttamente e che stimo molto artisticamente e quindi ho il grande onore e pregio di avere gli artwork di Francesco Viscuso che ha curato "Lili Refrain", "9" e "ULU", Fernanda Veron con la quale ho collaborato per "Kawax", Paolo Sanna che ha dato la copertina a "Mana", Error Design, poster artist di Barcellona che ha creato tutto il ricco artwork del "Live In London" e Nicola Alessandrini, street artist che in barba all’AI tanto in uso di questi tempi ha usato invece la sua immensa arte e tantissima matita e grafite liquida per disegnare a mano la copertina di "Nagalite".
 
L'album "Mana" è stato un punto di svolta nella tua carriera, che ricordi hai, oggi, riguardo alla realizzazione del disco e del concept?
"Mana" è stato il primo disco in cui mi sono volutamente allontanata dalla chitarra, che è sempre stato lo strumento principale con cui mi sono espressa dal 2007 in poi. Con questo disco ho iniziato a usare per la prima volta strumenti come percussioni e sintetizzatori che non avevo mai utilizzato prima e sinceramente non pensavo che potesse funzionare così bene e che il disco potesse avere la risonanza che ha avuto. È stato un azzardo, se vuoi, mi ha messa sicuramente molto alla prova, ma ammetto che ho imparato tantissimo grazie a tutto ciò che è arrivato poi.
 
So che "Mana" è dedicato alla disciplina del kung fu. Puoi dirmi quando hai iniziato a praticarla?
"Mana" è dedicato principalmente ai migranti, ai viaggiatori e a tutti coloro che attraversano confini e rompono barriere, e al kung fu in qualità di duro lavoro e di stato esistenziale per mantenere un equilibrio anche quando il mondo traballa. Ho iniziato a praticarlo nel 2017 con un caro amico, che è anche il mio fonico, Stefano Morabito, devo a lui la scoperta di questo universo e al Si Fu Riolo la generosità nell'insegnamento dell'hung gar. Il kung fu è una disciplina che ci si porta dietro nella vita di tutti i giorni e senza dubbio si è riversato tanto anche nella mia musica, sia a livello energetico che di fisicità, oltre al fatto che in "Mana", tra le molte percussioni suonate, c’è anche il taiko, uno strumento che viene suonato usando posture e forme che arrivano direttamente delle arti marziali. 
 
Hai suonato al Roadburn e con gruppi come Heilung e The Cult, che ricordi hai di quei momenti? 
Ho dei ricordi strepitosi. Con gli Heilung mi sono avventurata per la prima volta in un tour incredibile lungo tre mesi e con una delle produzioni più grandi con la quale avessi mai lavorato assieme. Christopher e Maria erano tra il pubblico durante una data in cui suonavo a Copenaghen poco prima di approdare per la prima volta al Roadburn per presentare "Mana". Onestamente non li avevo riconosciuti e quando dopo il mio live mi hanno avvicinata, chiedendomi se fossi interessata a partire con loro in tour, stavo quasi svenendo in terra quando ho realizzato chi fossero! È stata un’esperienza magica, devo moltissimo a tutti loro, perché ho imparato davvero tanto durante i mesi trascorsi assieme e mi sono resa conto di cosa comporti fare musica anche ad altri livelli. Anche con i Cult si è instaurata una bellissima amicizia, specialmente con Ian Atsbury e il suo team. Ho girato un mesetto con i Cult e poi Ian mi ha invitata successivamente anche per l’anniversario dei Death Cult e quel tour ammetto che è stato molto più divertente ed emozionante.

Ian Astbury, sempre molto attento alle nuove proposte musicali, ti ha scelto per aprire alcune date dei Cult. Hai avuto modo di parlare con lui, magari riguardo tematiche spirituali?
Abbiamo parlato molto, più che altro di mondo e di musica e di modi di fare, non tanto di spiritualità, perché quella attorno a lui aleggiava parecchio e non c’era bisogno di raccontarsela. È una persona veramente molto bella, profonda ed estremamente generosa. Mi ha dedicato ogni giorno una canzone dal palco per ringraziarmi per la mia presenza, un gesto che onestamente mi ha sempre lasciata senza parole.

E' uscito il nuovo singolo "Nagal" ad anticipare l'uscita del nuovo disco "Nagalite". Puoi parlarmi di questo pezzo?
"Nagal" è un brano completo, dove uso tutta la gamma degli strumenti in mio possesso, aggiungendo per la prima volta anche l’uso di batterie elettroniche che non avevo mai usato in precedenza. È un brano tecnicamente molto complesso da eseguire e che sento come una sorta di grande riassunto sonoro di tutto quello che ho fatto fino ad ora, c’è la complessità di scrittura di "9", l’ammicco al metal di "Kawax", la ritualità di "Mana", l’uso della voce sicuramente molto più consapevole e anche volutamente più mediterranea: è un brano figlio di tutto il percorso fatto fino ad ora che nel contesto del disco, che è una suite di trasformazione, rappresenta il suo momento più luminoso.
 
Il video di "Nagal", girato in bianco e nero da Carlo Settembrini, mi ha ricordato certe suggestioni da film folk horror inglesi, come "Eyes Of Fire". Concordi?
Non conosco il film di cui parli e onestamente non ho una grandissima cultura sulla cinematografia folk horror, forse l’unico film di genere che ho visto in questo senso potrebbe essere "Midsommar"… Con Carlo ho collaborato già per i miei precedenti videoclip, abbiamo realizzato assieme "MuL" e "Ahi Tapu", ho poi prestato un mio brano per la colonna sonora del suo cortometraggio “Ad Meata”, che ha vinto diversi festival e ci siamo sempre trovati molto bene assieme. Carlo, oltre a essere un ottimo regista, è anche un bravissimo fotografo e un illustratore pazzesco: ho sempre adorato la sua capacità di mantenere uno sguardo immensamente pittorico sulla realtà, riesce a infondere poesia infinita a tutto ciò che sta accadendo dall'altra parte della cinepresa. Inoltre anche questa volta è riuscito a tradurre perfettamente l’idea del soggetto che avevo scritto e tutto il concept che volevo esprimere tramite il video di Nagal. E se tutto è stato così bello, personalmente lo devo soprattutto agli straordinari Rachele Fabozzo e Leonardo Salani, che si sono prestati con la loro luminosa presenza a realizzare questo video con me, e a chi non si vede nelle inquadrature ma è stato determinante per la realizzazione del tutto, ovvero Giacomo Salani della Fucina Studio di Empoli, che ha connesso tutti noi e Nicola Bracci, che ci ha messo a disposizione il suo splendido teatro autocostruito.

(19 aprile 2026) 

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