A tredici anni implorai mia madre di lasciarmi andare ad un rave, chiamato “Tribal Gathering”, dove suonavano i Kraftwerk. Quel suono ultraterreno, incredibilmente meccanico e umano, usciva in maniera straordinaria anche dalla mia radio da quattro soldi. La mia musica è diventata un incrocio del timing tedesco e dell’animo inglese.
“More Berghain than Guggenhaim”, così la Warp Records ha preparato l’uscita del nuovo disco di Clark, uno degli esponenti più celebrati della nuova generazione idm. Mercoledì 6 dicembre ne è in programma la presentazione proprio a Berlino, la città dove si è trasferito da qualche anno.
Questa sera suono al Berghain. Non è la prima volta dal mio arrivo in città e dalla ricostruzione dello studio. Anche se, quindici anni fa, sarebbe stata forse uno specchio migliore. Nonostante le serate dubstep e techno, mi sento meglio a distanza, come per registrare il disco: per quattro mesi in isolamento nella campagna inglese.
Primi giorni di gelo, dentro e fuori, costeggiando l’East Side Gallery e i nuovi edifici, semi grattacieli, costruiti ad un passo, anche meno, dal muro. Nessuno in coda, perché è un concerto e non la Klubnacht del sabato notte e della domenica. Clark sale sul palco alle 23: prima le installazioni di Gajek, una deviazione scura delle sperimentazioni di Oneohtrix Point Never e poi il dj set di Mondkopf, nelle coordinate ambient-techno di Clark, che inizia a scaldare il pubblico.
La forza del temporale di “Beacon”, acuita dal contorno industriale, spazza i residui del vento della campagna inglese: si procede veloci verso un live set sempre più robusto e con meno concessioni alla melodia, per quanto distorta, dell’ultimo Lp. Sentori di drum’n’bass in direzione del primo Squarepusher, ma mai così frenetica, quando piuttosto il compimento di un processo di depurazione e oscuramento, a lasciare deflagrare quasi isolato il battito: connotati e sfumature, nonostante tutto, più berlinesi, sia nella scelta dei brani, che nel modo di esecuzione live. Dopo una breve interruzione di silenzio, il concerto trova il suo epilogo, ripartendo da una batteria minimale, quasi acustica, prima di un’ultima spirale.
Adesso di nuovo silenzio. Mi piace vedere l’effetto che fa, come se fosse un’interruzione sbagliata, un corto circuito, un errore umano. Cerco di aprire uno spazio per fare entrare i suoni su cui è costruito il disco: la natura del mondo esterno nei rami che cadono, nei temporali che si formano. È il tutto che entra nella mia idea di musica elettronica.