20/11/2019

Test Dept

Freakout, Bologna


di Massimiliano Speri
Test Dept

(continua da qui)

Arriviamo al Freakout in perfetto orario, e mai puntualità fu più opportuna: l'allestimento del palco richiederà ore di indefesso lavoro, come su un set cinematografico. Ora mi spiego l'estrema sollecitudine nel terminare l'intervista esattamente alle 16:30... Scarichiamo l'attrezzatura con una rapidissima staffetta, e la maggior parte degli oggetti che mi capitano tra le mani sono davvero astrusi. Più che un soundcheck sembra un piccolo cantiere, tra tubi, lamiere, catene, il tutto montato con abili schiocchi di chiave inglese, come dei consumati carpentieri.
Mi rendo conto del privilegio che mi è stato concesso, e per non sembrare troppo ingrato do una mano come posso. Fuori dal locale trovo un bidone capovolto e chiedo se sia anch'esso parte della strumentazione: in teoria no, ma visto che l'ho proposto lo diventerà. Posso dire di aver allargato l'arsenale percussivo dei Test Dept, non capita tutti i giorni... Tutti si danno da fare senza sosta, con Lottie instancabile nella sua spola palco-mixer e David che, con materiali di fortuna, fabbrica su due piedi un sostegno per il proiettore, contagiato anche lui dalla filosofia del riciclo di Graham e Paul. Al centro della scena carichiamo l'imponente struttura metallica che è cuore della loro derelitta musicalità: nel farlo sembriamo un esercito antico mentre issa chissà quale macchinario bellico, cavallo che nessuna Troia lascerebbe mai passare. La professionalità e l'inventiva di questo coordinatissimo commando sono superlative: a fine pomeriggio realizzo di aver già riempito un intero taccuino di appunti.
Nel frattempo si affaccia qualche amico: il vecchio componente Paul Hines, venuto appositamente dalla Madrepatria, ma anche storici complici nostrani come il boss della Bpm Alessandro Ceccarelli e il guru del mastering Giovanni Versari, con cui intavolo una piacevolissima chiacchierata. Il clima è quello di una calorosa rimpatriata, sonorizzata però da una musica tra le più angosciose.

A un'ora dall’inizio la sala è già stracolma, per lo più di impenitenti darkettoni fasciati di pelle nera. Alle spalle del palco è proiettato il nuovo logo del gruppo, un cerchio rosso sangue come il sole di Hiroshima: non si riesce a smettere di fissarlo, a costo di rimanere accecati. Gli speaker sputano il rantolo di una sirena antiaerea mentre i cinque si palesano uno alla volta, con l'eleganza di una banda militare. La tensione è enorme, e Paul la fa subito deflagrare soffiando a pieni bronchi dentro una tromba da giudizio universale: "Full Spectrum Dominance" è quanto di più prossimo possa esserci a un'apocalisse che di divino ha ben poco. Ci mette un'eternità a prendere forma, tra gelidi ululati di lupi fucilati da un sequencer martellante, il tutto infestato da uno spoken word desertico che sembra alitare dal Valhalla. Le percussioni "vere" attaccano che il pezzo imperversa da cinque minuti e non fanno prigionieri, un letale stantuffo tra l'enorme grancassa da marching band mazzuolata da Paul, la raffica di metallo innescata da Graham e la batteria suonata in piedi da Zel (una Moe Tucker alimentata a speed). Somiglia più a un drum circle tribale che a una marcia di uniformi, mentre i sample ricreano la picchiata di una flotta di caccia: guerra antica + guerra moderna = Test Dept. Il pubblico è da tempo in delirio totale: le dimensioni del locale non consentono la danza e la serrata pressione di corpi crea un unico, possente flusso di emozioni e testosterone. "Thank you, it's good to be back in Bologna", sussurra l'eterno operaio Graham con un filo di voce.

"Information Scare" viene introdotta da Kaossillator e visual 3D che, in una tempesta di interferenze, trasmutano in urticanti pagine di giornale, con una parola ben inchiostrata: "Human rights". Il ritmo è quello di una trivella Ebm, Graham gratta la sua molla metallica come un guiro e, quando meno te l'aspetti, il proiettore vomita il volto dell'infame Boris Johnson. L'effetto è forte, per usare un eufemismo.
Non solo muscoli tesi: il gocciare pianistico di "GBH84", pur trapuntato di martelli pneumatici e aerei a reazione, emana una malinconia tossica, quasi sbeffeggiata dalla iena in CGI che gli zoppica alle spalle. "Dedicated To Orgreave Truth And Justice Campaign" (associazione di ex-minatori, ancora in cerca di giustizia per le violenze poliziesche dell'84), tuona Paul quasi per destarci da quell attimo di tregua. Sarebbe stato bello se in contemporanea avessero proiettato qualche scena dal magnifico "Harlan County, Usa" di Barbara Kopple, ma i Test Dept non hanno alcuna intenzione di proporci cose belle. Anche "Fall From Light", unica concessione dal capolavoro "Beating The Retreat", è cantata con la spenta afflizione di un prigioniero incatenato, appena sfiorato dal pathos svuotato di un violino echeggiato, un treno in corsa e un vento venefico.
La graticola rimane incandescente su "Debris", supplizio di dannati colpevoli della loro vile inazione. Paul recita fissandoci con occhi di brace, mentre il martoriante solletico gamelan si arena in un silenzio assoluto, forse definitivo. E invece no, perché poco dopo "Gatekeeper" accoppia una vocalità alla Justin Broadrick con un corto a base di disturbanti boccacce, forse ispirate alle schizo-sculture di Franz Xaver Messerschmidt. E' il loro numero più "germanico", a dir poco sinistro quando ripete la parolina magica "Europe" su uno spettrale coro di valchirie stuprate. "Dispossessed, we've been dispossessed...", è l'ultima, emblematica frase a rimanere aggrappata prima di annegare in un acido ring modulator.

"Sveglia!", sembra ringhiarci nei timpani il TB-303 stile Front 242 di "Landlord", decisamente l'assalto più poderoso della nuova fase cyber-techno. Gonfia il cuore quel secco "Resistance" urlato all'unisono nel finale, un po' meno le truculente immagini chirurgiche che scorrono sullo sfondo. Sono invece scene di ordinaria violenza urbana quelle che accompagnano "Two Flames Burn", davvero bollente come una colata d'olio di motore, mentre in sottofondo accade di tutto (campane tubolari, marimba, colpi di piatto come tuffi in una vasca vuota, rintocchi mortuari) per poi sollevarci di peso con il celebre slogan dei redivivi MDC ("NO TRUMP, NO KKK, NO FASCIST USA"). "The streets were always been ours", ci ricordano in chiusura: nessuno si sogna di contraddirli.
E non potrebbe esserci miglior conclusione dalla crivellante sparachiodi di "Fuckhead", tratta da "The Unacceptable Face Of Freedom" ma mashuppata per l'occasione con chissà quale insulso discorso del ducetto americano, diffusa a tutto volume dall'impianto mentre gli alfieri abbandonano la scacchiera.
Tornano alla spicciolata, come all'inizio, e allo stesso modo è un dissonante squillo di tromba a scatenare i cecchini della Coil-iana "Speak Truth To Power", con un mega-crescendo finale che è quanto di più rock ci si possa attendere da questi irredimibili iconoclasti. Come volevasi dimostrare, "battere in ritirata" è davvero l'ultima delle loro priorità.



Setlist

Full Spectrum Dominance
Information Scare
GBH84
Fall From Light
Debris
Gatekeeper
Landlord
Two Flames Burn
Fuckhead (Headfuck)

Encore

Speak Truth To Power

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