Test Dept

Test Dept

Il volto inaccettabile della libertÓ

intervista di Massimiliano Speri

Di interviste ne ho fatte tante e nelle situazioni più disparate, eppure non ero ancora incappato nella location glamour per eccellenza: la hall di un hotel. Curioso che la mia prima volta sia con una band lontana dallo stereotipo della rockstar almeno quanto lo è la sua strumentazione dal classico organico rock…
A legarmi ai Test Dept non è solo un'incondizionata sintonia musicale e politica, ma soprattutto un aneddoto piuttosto curioso: "Beating The Retreat" fu il terrificante sottofondo del mio orale di maturità, uno squinternato spettacolino multimediale dalle confuse velleità marxiste, condotto con la seriosità di una performance d'avanguardia. Mentre un piccolo stereo portato da casa emanava quei clangori marziali, con marinettiana esagitazione distribuivo alcune riproduzioni di manifesti propagandistici sovietici, declamando nel frattempo stralci da "La Società dello Spettacolo" (cosa diamine legasse queste tre cose è tuttora un mistero…). I professori rimasero così allibiti da quella porcheria che mi assegnarono il massimo senza troppe discussioni, forse per timore che potessi ricominciare a delirare: se sono riuscito a passare quel sudatissimo esame, in qualche misura, lo devo anche a loro. Ho tremato dopo l'annullamento delle date a Milano e Torino, ma per fortuna Bologna confermerà il suo legame d'elezione con questi pionieri, ospitandoli per la seconda volta in quattro anni.
Le premesse dell'incontro sono burrascose: la via dell'albergo mi viene comunicata all'ultimissimo momento, e manco a dirlo si trova dall'altra parte della città, immersa in un panorama post-industriale assai congruente con il loro immaginario; come se tutto non bastasse, l'appuntamento viene anticipato di mezz'ora per non sovrapporsi con il soundcheck. Arrivo trafelato e un po' sconvolto, un'immagine che contrasta subito con la cordiale compostezza di Graham Cunnington e Paul Jamrozy. Basta un colpo d'occhio a delineare le due personalità: ammaccato e claudicante, il primo è un autentico "lumpen" Ken Loach-iano, con lo sguardo ferito ma dignitoso di chi ne ha passate tante; il secondo, per contrasto, ha un profilo quasi professorale, riassunto in un perenne sorrisetto sornione. Ad accomunarli è invece un adorabile accento "cockney", che qua e là metterà a dura prova la mia comprensione. Il tempo a disposizione è poco, la concisione è d'obbligo.

"Disturbance" arriva a ben 21 anni dal penultimo lavoro: considerato il vostro background, è difficile dissociare un album simile dal drammatico presente che stiamo vivendo. Avete sentito l'urgenza di dire la vostra su una situazione che proprio in Gran Bretagna sta vedendo uno dei teatri più incerti?
Paul: Per certi versi è così, ma devi considerare che abbiamo iniziato a lavorare su questo progetto intorno al 2014. Il processo creativo si è dipanato con lentezza perché nello stesso periodo stavamo anche riordinando il nostro archivio, e nel frattempo la situazione politica è esplosa: questo ha sicuramente dato un significato diverso alle nuove canzoni, che ora hanno più senso che mai.
Graham: A partire dal 2012 abbiamo cominciato a remixare il nostro catalogo, e ci siamo resi conto di quante somiglianze ci fossero tra la metà degli anni 80 e la situazione attuale: ci è sembrata la quadratura di un cerchio, perché quello che stiamo vivendo oggi affonda le radici proprio in quel periodo lì. E' stato soprattutto questo che ci ha spinti a tornare attivi.

Dagli anthem anti-thatcheriani dei primi dischi, culminati nel memorabile tour dell'84 insieme a un coro di minatori, a questo aperto atto di accusa nei confronti della Brexit, i Test Dept sono sempre stati un baluardo incrollabile contro l'oppressione neoliberista: il mondo è cambiato in meglio o in peggio rispetto ai vostri esordi?
Paul (dopo un lungo sospiro): La mia impressione è che le cose stiano gradualmente peggiorando, e non solo in Gran Bretagna. Tutti noi siamo prodotti dall'ambiente in cui viviamo, che in questo momento è una cultura politica incredibilmente corrotta e bugiarda, che porta avanti un discorso di propaganda quasi distopica. I media, che potrebbero avere un enorme potere per ribaltare questa situazione, stanno a guardare come se niente fosse: nessuno prova a contrastare l'azione politica di Boris Johnson, che è solo un patetico imitatore di Trump. Il mondo adesso è pieno di questi pseudo-dittatori da quattro soldi, penso anche a Bolsonaro e alle cose terribili che sta combinando in Amazzonia. Lo scenario è decisamente cupo, stiamo vivendo tempi spaventosi.

In queste nuove canzoni, però, non c'è rassegnazione: personalmente ci sento una rabbia energica, positiva, azzarderei quasi speranzosa. La musica ha ancora il potere non dico di cambiare il mondo, ma quantomeno di essere influente sulla realtà?
Graham: E' vero, c'è un sentimento di speranza dentro l'album. Abbiamo provato a immaginare una resistenza comune contro questo sistema: dobbiamo unirci e combattere tutti insieme, da soli possiamo fare molto poco. In tutto il mondo si stanno verificando delle forti reazioni contro l'oppressione del potere, prendi quello che sta accadendo in questi giorni a Hong Kong. Ricordo che negli anni 80 c'era la sensazione che stesse per scoppiare una rivoluzione contro le misure estreme che stava adottando la Thatcher nei confronti dei lavoratori: guardando il telegiornale vedevi rivolte ovunque. Non potevamo certo immaginare che quel periodo avrebbe portato al disastro che stiamo vivendo adesso, ma il fatto che ieri come oggi ci sia una reazione è senz'altro positivo. Quindi sì, c'è una specie di contrappeso.
Paul: Ovviamente non viviamo sulle nuvole e non abbiamo l'illusione che questo disco possa scatenare una reazione di massa, ma abbiamo comunque provato a tirare fuori una voce positiva, sperando che possa trasmettere l'energia giusta a qualcuno.

Nelle vostre prime, pionieristiche incisioni vi siete serviti unicamente di materiale industriale di recupero, un modus operandi messo a punto dal compianto Z'EV e portato avanti da band come 23 Skidoo, Rhythm and Noise, Crash Worship e ovviamente gli Einsturzende Neubauten. Rispetto ai nomi citati, tuttavia, il vostro approccio suona meno intellettuale e più selvaggio, fisico, "proletario": voi stessi lo motivaste come una scelta di carattere economico più che artistico, non potendovi permettere strumenti "veri"…
Paul: La scelta fu dettata da entrambe le ragioni. Come ho già detto, siamo il prodotto di un ecosistema, e l'ecosistema che ci circondava all'epoca era disseminato di questi scarti industriali. D'altronde erano gli anni del post-punk, c'era un'enorme voglia di sperimentare e tante persone stimolanti stavano facendo cose simili: era il momento giusto per rompere la tradizionale macchina del rock e tentare qualcosa di più ambizioso.
Graham: L'idea era di sconfessare la natura commerciale non solo del rock'n'roll, ma dello stesso punk. Così decidemmo di fare a meno delle chitarre per servirci di voci e percussioni, cercando di esplorare nuovi suoni e strutture. Il fatto che abitassimo nei Docklands, tra fabbriche dismesse piene di rifiuti, ha reso la scelta naturale. Poi è vero, Z'EV fu sicuramente una grande influenza, e c'erano tanti altri teorici del ritmo in circolazione.
Paul: Come i 23 Skidoo che hai citato, che portavano avanti questa commistione con la musica gamelan, o gli A Certain Ratio con il loro tribalismo brasiliano stile batucada. Ascoltavamo molta roba del genere, e il discorso sul ritmo è sempre stato fondamentale per noi. Ci piaceva definirci "l'unica vera band industrial", nel senso che lavoravamo effettivamente con materiali e in luoghi di tipo industriale, spesso raccogliendo fondi per chi in quelle industrie ci lavorava. Per molti era un discorso puramente concettuale, mentre nel nostro lavoro politica e arte sono sempre andate di pari passo.

Soffermiamoci un secondo sulla vostra estetica. Simon Reynolds vi paragonò a una "fabbrica sovietica”, e l'influenza di movimenti come il costruttivismo, il suprematismo e il modernismo russo è tangibile nella vostra immagine pubblica: penso soprattutto ai quadri di Malevic…
Graham: Senz'altro. Una delle nostre prime mosse fu proprio usare le famose croci di Malevic durante i concerti, trasformandole nel nostro marchio.
Paul: In questo fu fondamentale l’incontro con il filmmaker sperimentale Brett Turnbull, che venne a un nostro concerto ed ebbe questa visione su come potevamo proporci all'esterno: diventammo un vero e proprio collettivo, con una propria estetica. In quel momento passammo dal brutalismo dei primissimi tempi a qualcosa di più intellettuale: Brett aveva fatto una scuola di cinema e aveva visto i film di registi come Vertov e Ejzenstejn, voleva fare roba simile e ci usò come attori in lavori profondamente influenzati dall'avanguardia sovietica. Fu un autentico percorso educativo quello che ci trasformò da punk naif a persone interessante alla storia dell'arte.
Graham: Questi riferimenti all'avanguardia e al realismo socialista erano comunque già presenti prima del suo arrivo, e la musica procedeva nella stessa direzione, costruendo una sinfonia di ferri e catene, come se ci trovassimo davvero dentro una fabbrica.
Paul: Nel post-punk non sono mai mancati i riferimenti alle avanguardie storiche, vedi i Cabaret Voltaire con il dadaismo o agli Art Of Noise con il futurismo. Erano movimenti che parlavano di macchine e rumore, non potevano che essere interessanti. In generale ho sempre avuto l'impressione che nell'industrial europeo ci fosse più prossimità con l'avanguardia, mentre negli Stati Uniti fu più un discorso di estremizzare il rumore della musica rock: è lo specchio di due culture differenti, se ci pensi.

Parliamo della vostra evoluzione musicale, dal tribalismo primitivista dei primi dischi alla muscolare techno-Ebm della nuova era, passando per le suggestioni worldbeat degli anni 90…
Graham: I semi di questo percorso erano già nel nostro primo singolo, "Compulsion" (1983). Siamo sempre stati interessati alla musica ballabile e alla club culture, cosa che nei diversi stadi della nostra esistenza ha assunto un'importanza crescente. Tra la fine degli anni 80 e i primi anni 90 la controcultura inglese fu travolta dalla rivoluzione acid house e i grandi rave illegali: di quella controcultura facevamo parte anche noi, i posti in cui suonavamo erano quelli e lì si spostò il discorso politico. Inevitabilmente trovarci in quell'ambiente influenzò il corso della nostra musica, per cui iniziammo a suonare nei club dance, anche se non sempre con successo. Il nostro ultimo album credo riassuma tutta la nostra storia, unendo i suoni elettronici con l'estetica degli esordi.
Paul: Questa evoluzione ovviamente è dipesa anche dal continuo avanzamento della tecnologia, che alla fine degli anni 80 fece un grosso balzo in avanti. Eravamo molto più coinvolti dalle nuove tecnologie, e questo ha cambiato il nostro modo di intendere la musica. Una cosa di cui ci rendemmo conto fu che non volevamo diventare un progetto pilotato dai byte di un computer, per cui sviluppammo questi spettacoli dal vivo molto coinvolgenti. Molti li facemmo proprio in Italia insieme ai Mutoid, che si rifugiarono a Santarcangelo di Romagna quando il governo inglese ordinò un giro di vite contro le persone che "si radunano in gran numero ascoltando musica ripetitiva", come recitava il famigerato "Criminal Justice and Public Order Act" del 1994.

In particolare Bologna fu molto accogliente con voi…
Graham: All'epoca suonammo in molti centri sociali in Italia. Bologna fu la prima città che visitammo e ci piacque molto, diventò un po' la nostra base italiana. All'inizio c’era un po' di resistenza per la musica dance nei posti occupati, ma già dalla seconda volta l'operazione fu compresa e si tennero dei grandi party. Queste feste sono sempre state occasioni in cui comunità diverse entravano in contatto e l'attivismo politico si rinforzava, ed è per questo che in Gran Bretagna la polizia le ha messe al bando.

Negli ultimi anni c'è stato un massiccio revival industrial: mi riferisco tanto ai ritorni di gloriose leggende viventi, quanto alla pletora di nuove band che continuano a spuntare come funghi. Credete che sia un buon momento per questo genere? Sono questi tempi inquieti a ispirare tanta torva violenza?
Paul: Sì, credo possa dipendere da quello, la musica riflette sempre i tempi in cui nasce. In qualche maniera si è creato un ponte tra le nuove generazioni e quelle degli anni 80, il che mi sembra positivo.
Graham: Poi come sai esistono diversi stili di musica industrial, da quella ibridata con la techno a quella più imparentata con il noise. C'è sempre stata molta sperimentazione all'interno di questo genere, è la caratteristica che lo definisce. E' più un'attitudine che un tipo di musica in particolare. Per questo ha poco senso quando qualcuno si limita a imitare cose già note: è un genere senza confini e bisogna continuare a sperimentare con le nuove tecnologie. L'influenza dell'industrial la puoi sentire anche nella cultura underground nera britannica, ad esempio in molte basi grime.

Una cosa è sicura: i Test Dept non stanno battendo in ritirata…
Certo che no: siamo ancora il volto inaccettabile della libertà! (sia la domanda che la prontissima risposta giocano con i titoli dei loro due album più famosi, rispettivamente "Beating The Retreat" e "The Unacceptable Face Of Freedom", ndr)

Nel frattempo veniamo raggiunti dagli altri membri di questo piccolo collettivo multidisciplinare: la batterista Zel Kaute, il mago dell'elettronica Greg Konrady, il responsabile dei visual David Altweger e il tecnico del suono Lottie Lou, colonna del post-punk inglese già al fianco di Wire, Pop Group, Throbbing Gristle e tanti altri. E' tempo di andare, a quanto pare. Mi propongono di raggiungere il locale nel loro van e assistere al soundcheck: non me lo faccio ripetere due volte…

(continua qui)



Discografia
 History (The Strength Of Metal In Motion) (cassetta autoprodotta in parte live, 1982)
 Ecstasy Under Duress (cassetta autoprodotta, 1983)
Beating The Retreat (Some Bizarre, 1984)
 Shoulder To Shoulder (Some Bizarre, 1985)
 Atonal & Hamburg (live, Invisible, 1985)
 The Unacceptable Face Of Freedom (Some Bizarre, 1986)
 A Good Night Out (Some Bizarre, 1987)
 Terra Firma (Play It Again Sam, 1988)
 Materia Prima (Ministry Of Power, 1989)
 Gododdin (w/th Brith Gof, Ministry Of Power, 1989)
 Pax Britannica (Invisible, 1991)
 Proven In Action (live, Invisible, 1991)
 Totality (Invisible, 1995)
 Tactics For Evolution (Invisible, 1998)
Disturbance (One Little Indian, 2019)
pietra miliare di OndaRock
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