03/10/2024

Maruja

Covo Club


La realtà spesso supera l'immaginazione e, in questo caso specifico, anche l’hype accumulato. La penna di questo report nutriva aspettative alte sul debutto italiano dei Maruja fin dal giorno dell’inaspettato e insperato annuncio, inutile quindi tentare di farne mistero e nascondere un’ovvietà; il risultato è uno degli you heard it here first, come recita il celebre motto di casa Covo Club, pronto a entrare direttamente negli annali. Il quartetto mancuniano registra un tutto esaurito in piena settimana, senza un Lp pubblicato, e due soli Ep di livello, ovvero “Knocknarea” e il recente “Connla's Well”, nei quali si intrecciano post-rock jazzato, post-punk e una spietata vena post-hardcore.

Nessuna apertura prevista, solo un ultimo tratto di snervante attesa, riempito dal brusio di un pubblico incredibilmente eterogeneo, interrotto bruscamente da un’ovazione per l’entrata in scena del vocalist e chitarrista Harry Wilkinson, il bassista Matt Buonaccorsi, il batterista Jacob Hayes e il sassofonista Joe Carroll, che sfoggia fiero la maglietta del Bologna Fc 1909 (Italia 90 docent).
I primi vortici sonori in crescendo di “The Invisible Man” sono accolti da uno scroscio di applausi e ipnotizzano da subito i presenti, attraverso gli incalzanti fraseggi del sax e un drumming nevrotico e magistrale; il tutto affiancato dall’imponente presenza scenica di Wilkinson, la cui figura ricorda in parte quella di Julian Cashwan Pratt degli Show Me The Body, e che dopo pochi versi si diletta in stage diving e bagni di folla, accolti e subito imitati a più riprese per tutto il concerto dagli spettatori più audaci.
Gettano ulteriore benzina sul fuoco e accendono poghi e canti a squarciagola gli assalti frontali pseudo-rap e la letale sezione ritmica della ferocissima “Zeitgeist”; il frontman si muove di continuo, improvvisa piccoli balli e canta spesso a muso duro in faccia alle prime file, incitando (e incendiando) la platea, senza tuttavia mettere mai troppo in ombra i compagni, in grado di tenere il palco egregiamente a loro volta.

La nuovissima “Break The Tension”, pubblicata poche ore prima dell’esibizione, funge da perfetto prosieguo caotico, in una morsa serrata e claustrofobica tra le spire di sassofono, le strofe urlate e le rasoiate di chitarra, segnando un (altro) momento altissimo con le successive saettate di “One Hand Behind The Devil”, arricchita da un'improvvisazione strumentale in apertura, e che vede Carroll gettarsi in pasto alla folla armato di tamburello. Quest’ultimo, ancora in mezzo al pubblico, apre le danze di “Thunder”, che brilla per la sua coda veemente e quasi malinconica, alla quale si aggancia una lunga jam.
Il filo narrativo riprende con le invettive dell’inedita “Look Down On Us”, per poi abbassare gradualmente le luci sull’intro di una più loud “Kakistocracy” e lasciando calare il sipario sul finale trainato dai sibili e dalle ultime suggestioni di sax dell’intensa “Resisting Resistance”.

A seguito della consueta, e qui particolarmente agguerrita, razzia di scalette e plettri, e conseguente corsa al merch, i musicisti si riaffacciano al bar dopo una breve pausa nel backstage per riprendere fiato, pronti a firmare autografi e con tanta voglia e curiosità di chiacchierare con i fan, dimostrandosi di grande compagnia, e lasciando scorgere (ai più attenti) gli occhi quasi lucidi e pieni di gratitudine per l’accoglienza ricevuta. Un'attesa ripagata in tutto e per tutto, diluvio universale incluso e subito reso inoffensivo da un clima tra i più familiari e calorosi mai visti a un live, e bizzarre storie di grafiche rivedute e corrette di Super Mario 64… Cosa c’entra Super Mario 64? Forse niente, ma sta bene sempre e ovunque, o almeno io e il buon Carroll la pensiamo così.