12/12/2025

Edda

ARCI Bellezza


È un Arci Bellezza strapieno ad accogliere la data milanese del tour di “Messe sporche”. Il pubblico è trasversale: ci sono i fan della prima ora, probabilmente ereditati dal passato con i Ritmo Tribale, e i più giovani, conquistati dalla nuova incarnazione di Edda, fatta di testi irriverenti e di una voce capace di trasformare in musica qualsiasi pensiero.

Ad aprire la serata è l’estroso cantautore Androgynus, che inserisce nella sua esibizione una cover acustica di “Vorrei incontrarti”, dal periodo progressive di Alan Sorrenti (“Aria”).
Anticipato da un’introduzione tratta da un vecchio programma di Antenna 3 Lombardia presentato da Cino Tortorella, Edda arriva sul palco in felpa e pantaloni corti. Si parte subito in quarta, senza presentazioni, con due brani da “Messe sporche”: il basso di Luca Bossi ci trascina nelle torbide atmosfere di “Diavoletto”, subito seguita dall’energia orgogliosa di “Giorno di gloria”. È un attacco diretto, abrasivo, che rispecchia perfettamente il tono rock della sua ultima uscita.

Dopo una compattissima “Coniglio rosa”, ripescata da “Stavolta come mi ammazzerai?”, Edda prende finalmente la parola e saluta il pubblico della sua città, i milanesi, quelli che sanno come vanno le cose della vita perché hanno i punti fragola. Da qui in avanti diventa un fiume in piena: divagazioni assurde, racconti legati alla sua sessualità, aneddoti che oscillano tra confessione e comicità. Tutto filtrato dalla sua ironia istintiva e da un flusso di pensieri che scorre libero, senza recinti né perbenismo.
C’è una sincerità senza freni in questo modo di raccontarsi, così diretto e umanissimo, che arriva persino ad ammettere la somiglianza tra l’intro di “Mucca rossa” e quella di “Pugni chiusi”, storico brano de I Ribelli. E in questo suo esporsi in modo così totale si rivela perfettamente coerente con ciò che scrive e canta: l’opera e la persona coincidono.

I momenti più intensi emergono nei brani più introspettivi tratti da “Semper Biot”, come “Organza” e “Io e te”, introdotti da Edda riflettendo sul fastidio di iniziare i pezzi da solo. Un pretesto, ovviamente, per sorprendere il pubblico con un brusco cambio di registro.
Molto bella anche “Lia” eseguita a due chitarre, con il testo leggermente alterato per stemperare il pathos.
Quando i ritmi tornano a salire, la band (Luca Bossi al basso e synth, Diego Galeri alla batteria e Francesco “Killa” Capasso alla chitarra) dimostra di saper colpire duro. “Stellina” scatena un boato e “Spaziale” diventa un coro collettivo che esplode nella zuccherosa “Zigulì”, cantata a piena voce da tutto il locale.
I bis sono affidati a “Dormi e vieni”, eseguita a rotta di collo tra divagazioni e riflessioni sulla fine di una relazione, e a “Benedicimi”, altrettanto feroce, con un’introduzione riscritta per l’occasione.

Se questa doveva essere la dimostrazione del ritorno al rock di Edda e della sua band, la serata ha centrato l’obiettivo. Ha mostrato anche uno Stefano Ramboldi sempre più mattatore, completamente a proprio agio in mezzo a un pubblico che lo adora. Edda resta una figura divisiva: il suo essere diretto, spiazzante, immerso in un immaginario folle e libero da qualunque limite di politically correct può risultare ostico a qualcuno. Ma una volta catturati, è difficile sfuggire al suo magnetismo. Anche questa sera, la sua unicità è stata impossibile da ignorare.