Che il Giappone sia una terra in cui gli ordinari steccati di genere vengono meno, è cosa nota; altrettanto manifesto è, da tempo, che poco contano per chi fa musica da quelle parti categorie snob e castranti come "kitsch", "indie", "commerciale", "adolescenziale" eccetera.
A chi la guarda da fuori, la scena rock giapponese può dunque facilmente apparire come un ribollire senza direzione precisa di formule eccentriche, idee che in ogni altra parte del mondo suonerebbero fuori moda soltanto a nominarle, alchimie balorde di stili che proprio-non-andrebbero-mischiati. Insomma: una landa in cui tutto è possibile e ci si può imbattere in ogni genere di commistione, a patto di lasciare a casa mappe e preconcetti inadeguati che potrebbero soltanto ostacolare l'esplorazione.
Qualche punto di riferimento per dare inizio all'avventura, però, può essere decisamente utile, e poche band possono offrirne — quantomeno in campo alternative — uno più solido e al tempo stesso eclettico dei Ling Tosite Sigure (trad: "Fredda pioggia stagionale"). Fondati nel 2002 a Saitama, poco a nord di Tokyo, nella loro più che quindicennale carriera hanno cavalcato le ondate emo e post-hardcore in modo estremamente personale e risoluto, sposando soluzioni che vanno dal pop-rock al prog in senso lato senza mai perdere un colpo né rinunciare alla continua evoluzione del loro inconfondibile stile.
"#5", uscito quest'anno per Sony, non è il quinto Lp bensì il sesto (considerate comunque che il primo uscito si intitolava "#4"...) e fotografa lo stadio corrente di un percorso artistico che di recente si è arricchito di progetti collaterali da parte di alcuni membri della band, in particolare il cantante e chitarrista Toru Kitajima, in arte TK.
I brani sono 10, tutti di media durata (i 4/5 minuti ideali per unire concisione e imprevedibilità di sviluppi) e appaiono sempre dominati da un wall of sound chitarristico che non sembra risentire dell'ormai dilagante complesso di inferiorità mostrato a Occidente dalle rock band nei confronti dell'elettronica.
Se il faro assoluto delle chitarre è senza ombra di dubbio l'emo/post-hardcore più funambolico e ipercinetico (scordatevi gli ormai rassicuranti arzigogoli degli At the Drive In/Mars Volta: qua si va dritti sul tapping frenetico di quei tamarrazzi dei Fall of Troy), il ventaglio di influenze risulta comunque sorprendente. Artigliate math al confine col metalcore fanno il paio con svolazzi e crescendo importati di peso dal soft/loud di marca Explosions in the Sky o Long Distance Calling, e in quasi ogni traccia il carico di effettazzi&distorsioni è tale da portare a un passo se non dallo shoegaze fatto e finito quantomeno dal dream-pop ultrachitarristico dei quintessenziali Mew e dei loro ormai numerosi proseliti.
Fin qua la descrizione pare quella dell'ennesima uscita nell'affollato filone alternative prog palestrato e opaco in cui poco svetta a parte l'assenza di buon gusto: tenetevi forte, però, perché è proprio su questo fronte che i nipponici da sempre dispongono della sfrontatezza necessaria per stupire. Accanto a tutto l'armamentario da quasi-metallari sopra descritto, i Ling Tosite Sigure dispongono infatti di altre frecce per il proprio arco. Frecce che, facendo forse proprio lo zigzagante ipermelodismo delle sigle degli anime, iniettano nella miscela ogni genere di ritmino disco e trovata power-pop, dall'abbinamento maschile/femminile sulla voce agli stacchetti tutti incastri e saltellamenti modello Polkadot Stingray.
Proprio il più deciso ricorso a stilemi di matrice pop, con conseguente abbandono di una certa (deliberata) scarmigliatura di derivazione emo, è in fin dei conti l'elemento che caratterizza il corso recente della band giapponese, che quantomeno dall'inizio del nuovo decennio va affinando la pulizia del sound e favorendo le stratificazioni melodiche all'irruenza post-adolescenziale che infiammava i primi album. Il prodotto non è tuttavia — come forse ci si attenderebbe sulle terre bagnate dall'Atlantico — un equilibrio maturo e armonioso tra impeto alternative ed eleganza art-pop, né una forma smaliziata e un po' postmoderna che sappia mettere fra parentesi gli eccessi smussandone il carattere centrifugo. Al contrario, il rafforzamento del versante più "artificioso" della propria musica consente ai Ling Tosite Sigure di puntare a nuovi livelli di barocchismo e magniloquenza, potenziando il carattere avventuroso della musica e allontanandosi ulteriormente da ogni implicito canone di morigeratezza che si fosse tentato di tracciare per circoscriverne lo stile in passato.
Le meraviglie che si aggirano in questo giardino della sregolatezza sono dunque chimere fantasiose, bestie a più teste o più code che sorprendono chi le incontra per l'impossibilità di essere ricondotte analiticamente a somme di parti. Se il testo dell'iniziale "Ultra Overcorrection" (almeno per l'immagine che ce ne se può fare attraverso le traduzioni) resta tutto sommato fedele agli schemi dell'esistenzialismo quotidiano di stampo emo, la stessa coerenza non può attribuirsi a un impianto strumentale che nei primi trenta secondi ha già attraversato post-metal, math-rock e deragliamenti disco-punk, e nel minuto successivo si è rivelata per una giungla di bassi hard-funk alla Flea, chitarre atmosferiche, raffiche di uno-due vocali e incessanti stop-'n'-go.
"Serial Number Of Turbo" gioca invece sul versante opposto dello spettro stilistico, con chitarre acustiche para-indie che trovano spazio fin dalle prime battute e un onnipresente rullo di tamburi a guidare un corso quasi posato e affettatamente sentimentale: testo riflessivo (ancorché sostanzialmente incomprensibile, come da scuola del post-hardcore "evoluto"), echi dei divini Brand New, sviluppo in crescendo al tempo stesso arioso e denso di tensione. Il dinamismo è spinto invece al massimo dalle cicloniche e straripanti "Chocolate Passion" e "High Energy Vacuum", che dispiegano la carica di riff e ritornelli ad alto Bpm in piena linea con l'ormai pluridecennale tradizione nipponica di videogiochi musicali da arcade come Dance Dance Revolution, consolidatasi in Giappone ben prima che da noi esplodesse la febbre di Guitar Hero.
Il pezzo più emblematico di "#5" potrebbe tuttavia essere il singolo di lancio "DIE Meets HARD", in un colpo solo pesce fuor d'acqua e in perfetta sintonia col resto dell'album. Trattasi infatti di brano dall'evidente stampo post-emo e più precisamente Ling Tosite Sigure, ma anche e soprattutto di episodio turbo-pop di primissima caratura: roba da sdoganamento immediato come pezzo di apertura di una qualche serie anime pompata da Netflix, per capirci. Pur senza rinunciare a un grammo della propria saettante personalità stilistica, la band confeziona in quattro minuti un gioiello di spigoli vivi ma protetti, incastri arditi ma lineari, efficacissime e cantabili linee vocali che miscelano ardore e svenevolezza, abbandonandosi sul finale perfino a un tanto enfatico quanto quasi sanremese salto di tonalità.
Forse proprio in questo spiraglio di "normalizzazione" sta la chiave di lettura più indicata per l'album: non un traguardo o una sommità (già raggiunta a più riprese nello scorso decennio, con "Inspiration Is Dead" e "Just a Moment") bensì una stazione di posta, un punto di transito che consente di ricostruire il filo del cammino precedente e iniziare a farsi un'idea dei promettenti sviluppi futuri.