Opeth

Blackwater Park

2001 (Music For Nations) | progressive-metal, death-metal, prog-rock

È dall’esordio "Orchid" (1995) che gli svedesi Opeth rincorrono un progressive-death-metal che li vede costantemente in gara con loro stessi. È una sfida continua, alla ricerca di un equilibrio fra bestiale e poetico, istintivo e intellettuale, che metta a sistema la scuola svedese e il prog-rock settantiano. Il modello primigenio del loro carismatico approccio alla materia è racchiuso nella lunga “In Mist She Was Standing”, il primo colossale brano di una carriera fatta spesso di pezzi estesi, tanto elaborati da aver meritato il rispetto di tutti gli appassionati di musica progressiva, non solo metallari. Il cantante, chitarrista e compositore, nonché leader, Mikael Åkerfeldt è l'eroe che dirige questa tensione creativa a risultati quali "Morningrise" (1996), un album segnato dal capolavoro "Black Rose Immortal". I chiari riferimenti decadenti e gotici virano al seppia i neri di un tempo, ma è ancora la dinamica fra ferocia e intimismo a fare brillare il terzo "My Harms Your Hearse" (1998), capace di una sintesi meno dispersiva.

Seppure quello degli svedesi sia un processo creativo continuo, progressivo nell'anima e non solo in modo superficiale, l'arrivo di "Still Life" (1999) suona come un approdo dopo anni di faticoso pellegrinaggio. È solo il primo elemento di un trittico che rende gli Opeth una delle formazioni più importanti del prog-metal e che trova la sua espressione più compiuta su “Blackwater Park” (2001), dimostrazione ulteriore che questa fusione fra elementi folk, death-metal e prog-rock è un territorio assai fertile e vasto.

Mikael Åkerfeldt inizia a lavorare al quinto album degli Opeth quando va a fare visita a un amico a Stoccolma, in Svezia, e registra dei demo. Intitolato come la semi-sconosciuta band prog-rock tedesca omonima, è un lavoro profondamente segnato dalla collaborazione con Steven Wilson dei Porcupine Tree, che sancisce l'inizio di una lunga amicizia. Non si può sottostimare l'impatto di Wilson sul risultato finale, visto che il suo gusto per la melodia e l'amore per il prog-rock di matrice Pink Floyd hanno contribuito, anche secondo Mikael Åkerfeldt, all'inizio di una nuova fase della carriera degli Opeth.
Come spesso accade, anche il contesto favorisce, con le sue dinamiche, la nascita di un gioiello come quest'album. L'inizio del millennio è infatti un periodo di espansione stilistica, anche nel mondo del death-metal, che amplia di molto le possibilità dello stile: non solo gli Opeth trovano in Wilson lo strumento per compiere la loro ibridazione, ma è anche un momento propizio perché tale novità venga ben accolta dagli appassionati. C'è già stato il crossover, è ormai consolidato il prog-metal e non c'è più molto da suonare nel death-metal tradizionale che non sia già stato ripetuto dieci volte da dieci band differenti. Non ultimo, Wilson ha assorbito dai suoi amati Pink Floyd quella magica capacità di rendere digeribile anche un brano esteso e arzigogolato, facendo leva su un collante emotivo universale come la malinconia.

Le proporzioni di "Blackwater Park" sono imponenti: solo 8 brani ma per ben 67 minuti, con tre pezzi che sforano i dieci minuti l'uno. Apre “The Leper Affinity”, ed è un inizio in grande stile, con quello che si imporrà negli anni come uno dei massimi brani della loro carriera, un furioso attacco sonoro che conosce tuttavia momenti di relativa calma, fino a chiudersi dopo oltre 10 minuti in una sonata notturna e malinconica per pianoforte. Più che l’ampio spettro stilistico, colpisce come la formazione riesca a interpretare le sfumature che portano da un paesaggio sonoro all’altro, lasciando che il filo rosso sia una continuità atmosferica ed emotiva, a sancire la vicinanza fra urlo e sussurro, fra ruggito e pianto.

Ed è sempre la malinconia a sorreggere altri brani estesi come la lunga “Bleak”, con i suoi nove minuti abbondanti, una danza death-metal intarsiata di folk che si rischiara in frangenti melodici e intrecci chitarristici, prima del travolgente e commovente climax conclusivo. Lo stesso senso di sottile angoscia pervade "The Drapery Falls", un prog-metal melodico, animato dalle scale melodiche, che solo in una sezione centrale si tramuta in un tormentato death-metal prima di recuperare la sua maestosa compostezza e mestizia.
Dal malinconico al funebre di "Dirge For November" il passo è breve, e ci si culla nel pianto prima che il dolore torni a mordere, trasformando la tristezza in tormento, e lasciando che infine ci si possa di nuovo raccogliere in se stessi, guidati da una chitarra che procede in punta di piedi, quasi a non voler turbare un momento intimo.
Ancora più triste, se possibile, è "Harvest", una più canonica ballata folk, pur decorata con preziosi dettagli d'arrangiamento: un brano che forma con "Patterns In The Ivy", breve e toccante confessione strumentale dominata dal pianoforte, il cuore poetico dell'album.

La mastodontica "Blackwater Park" (12 minuti) chiude idealmente il cerchio, avendo il compito di concludere la scaletta di un album imponente ed eterogeneo. Lo fa mettendo a sistema ferocia e sofisticatezza, brutalità ed eleganza, furia cieca e divagazione atmosferica. Nel lungo turbinare psichedelico delle melodie di chitarra, in un passaggio degno dei Pink Floyd che è un fulgido esempio del genio produttivo di Wilson, quasi si devia verso la trance ipnotica, salvo farsi saltare le coronarie quando l'anima intimista lascia di nuovo spazio alla bestia death-metal, a stento irretita in riff schiacciasassi che mal celano la potenza spaventosa degli Opeth, quando ancora vogliono annichilire l'ascoltatore con il loro modo di intendere la violenza in musica.

Non è facile trovare paragoni efficaci per un album compositivamente così ricco e ricercato, al contempo viscerale e meditabondo. In questo paradosso apparente, nell'instabile soluzione terza alla dicotomia fra feroce e poetico, gli Opeth trovano un territorio tutto da esplorare, che ben si mappa attraverso composizioni lunghe e mutevoli. Di più, gli Opeth restituiscono al meglio la compiutezza della loro opera attraverso il suo ascolto integrale: quel che viene presentato nei primi sette brani trova ideale componimento nella lunga, eponima composizione finale.
Nel 2017 Rolling Stone lo ha inserito nella lista dei migliori album metal di sempre, mentre nel 2020, i colleghi della webzine Loudwire lo hanno incoronato miglior album prog-metal di tutti i tempi. È stato lodato, in occasione del remaster del decennale, da Pitchfork, da sempre molto selettivo col metal, mentre ha ottenuto il titolo del miglior album del 2001 per la metal webzine Metal Storm, che lo considera anche il terzo miglior album metal di sempre. Simili, entusiasti, apprezzamenti provengono dai vari Decibel, Terrorizer e MetalSucks.
Non si può dire che il successo sia stato così rilevante anche presso il grande pubblico, ed è scontato se si considerano la ricchezza e la complessità dell’opera, ma in ogni caso anche a livello commerciale “Blackwater Park” ha segnato un importante punto di rottura per la carriera della formazione, allargando la platea di ascoltatori in modo considerevole: è una delle caratteristiche dei capolavori, quella di conquistare anche i cuori (e timpani) meno affini, abbattendo confini stilistici ed estetici.

Dopo “Blackwater Park”, nulla è stato più lo stesso per gli Opeth. Se “Deliverance” (2002) appartiene alla stessa visione stilistica, e chiude un ciclo ideale di tre opere, i successivi album hanno esplorato con sempre maggiore convinzione la componente più prog-rock e intimista. Anche per il prog-metal, e per il death-metal progressivo, le cose sono assai cambiate dal 2001, verso un processo di sintesi fra estremismo e tecnica, grandiosità compositiva ed efficacia emotiva che adesso fa suonare classico un brano di inizio millennio. Un processo evolutivo molto vivace, quello degli Opeth e del metal in generale, che trova in “Blackwater Park” un suo capitolo centrale e irripetibile.

(14/03/2021)



  • Tracklist
  1. The Leper Affinity
  2. Bleak
  3. Harvest
  4. The Drapery Falls
  5. Dirge for November
  6. The Funeral Portrait
  7. Patterns in the Ivy (instrumental)
  8. Blackwater Park


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