Air

10.000 Hz Legend

2001 (Virgin) | elettronica, pop

Non era semplice per Dunckel e Godin tornare a confrontarsi con quel tenero gioiellino di pop retrò che è stato "Moon Safari": troppo è successo in questi anni attorno al duo francese, e dai consensi unanimi raggruppati attorno al disco d'esordio ha preso il via una genìa di gruppi pronta a citarli come propri maestri, sentiti omaggi da parte dei cuginetti Daft Punk ("Digital Love"), persino il conio di un genere musicale tagliato su misura e dal nome orripilante: Easytronica. Aggiungeteci quell'aria da irresistibili fricchettoni e un'etichetta (la Source) che spopola in patria e all'estero; insomma, non cercate di convincerci del contrario: Everybody loves Air. Un amore tale da generare aspettative altissime, mitigate solo in parte dalla pubblicazione della colonna sonora del film di Sofia Coppola "Il giardino delle vergini suicide", che metteva in campo un diverso tipo d'ispirazione.

Un carico di responsabilità che gli Air evitano con cura, confezionando un album "solido" e posato, più esplorativo dei precedenti, ma ben ancorato al singolare gusto melodico della coppia; i due hanno insistito così tanto sulla "perdita dell'innocenza" che a momenti ci credevamo, ma l'irrequietezza naif che li ha sempre contraddistinti è ben presente tra questi solchi, che ispessiscono le dolcezze di "Moon Safari" in un turbinio di elettronica "seria", spandono qualche cupezza analogica ma poi riportano tutto a casa con improvvise accensioni di archi e melodie in viaggio attraverso il tempo.

Le influenze più evidenti in "10.000 Hz Legend" sono i Kraftwerk e i Pink Floyd, tra lo splendore della quadrifonia e la supremazia dei macchinari: le frivolezze miste a miele sono riservate ad un paio di pezzi, giusto la strumentale "Radian" con le sue eteree arpe che introducono fiati gentili e "People in the City", che rivanga i fasti del passato senza troppa nostalgia: il resto del disco accantona la poetica delle loro ballate in favore di un sound più maturo, che fa qualche passo indietro (meglio: di lato) rispetto a "Virgin Suicides" ed incrocia asperità elettrico/elettroniche e gentilissimi archi, tensioni e melodie. E' il caso di "Electronic Performers", il manifesto programmatico dell'album che inserisce arpeggi di chitarra su una solida base ritmica, di "Radio #1", esecuzione corale dal gusto vagamente kitsch ma intrigante all'eccesso, che vive di ritmiche tastiere e termina in un inaspettato tripudio percussivo. Ed è il caso soprattutto dei tre esperimenti finali: "Wonder Milky Bitch", "Don't Be Light" e la meno riuscita "Caramel Prisoner", che pulsano di elettronica attraversata da spruzzi nervosi e poi improvvisamente rilassati sul suono di chitarre arpeggiate con malizia, mischiano colonne sonore anni 70 e avanguardia, rock sinfonico e pop leggero con una disinvoltura forse eccessiva ma comunque gradevole.

Da lodare infine lo sforzo produttivo e di messa a fuoco del suono operato dai due parigini: tutto in 10.000hz Legend è perfettamente rifinito e serio, a marcare un ulteriore elemento di distinzione rispetto ad analoghi gruppi che affrontano simili tematiche con più faciloneria (Phoenix e Daft Punk. Persino il funky deviato di Beck ("The Vagabond") è trattato con rispetto forse eccessivo, soprattutto con riguardo agli scarsi esiti finali.

Chi dubitava della capacità degli Air di reggere un nuovo album “ufficiale” basandosi sugli stessi suoni e sulle ormai consolidate scelte melodiche è servito: questo è un gruppo in costante evoluzione, che ha avuto l'intelligenza di accorgersi che Moon Safari era irraggiungibile e se ne è allontanato di conseguenza. Ma il rimpianto per i tempi di "Sexy Boy" è forte.

(24/10/2006)

  • Tracklist

1. Electronic Performers

2. How Does It Make You Feel?

3. Radio #1

4. The Vagabond

5. Radian

6. Lucky And Unhappy

7. Sex Born Poison

8. People In The City

9. Wonder Milky Bitch

10. Don't Be Light

11. Caramel Prisoner

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