Bright Eyes

Lifted Or The Story Is In The Soil, Keep Your Ear To The Ground

2003 (Wichita) | folk

Conor Oberts è decisamente uno di quei personaggi che o si odiano o si adorano. Non c'è spazio per le vie di mezzo. D'altra parte, non potrebbe essere diversamente per uno che ha passato da poco i vent'anni e ha già alle spalle una discografia di tutto rispetto, con tre album veri e propri a nome Bright Eyes, una raccolta di registrazioni più o meno casalinghe e un disco pubblicato con il progetto parallelo Desaparecidos, oltre ad Ep vari e partecipazioni a compilation.

Già il chilometrico titolo della nuova fatica dell'enfant terrible di Omaha rivela chiaramente l'irresistibile propensione alla verbosità del suo autore. Eppure, quello che scaturisce dagli incubi degli Occhi Brillanti è un torrente di parole capaci di incidersi sempre nel profondo, senza mai scivolare nell'indifferenza. In "Lifted", Conor Oberst lascia da parte le ruvidezze elettriche messe in scena con i suoi Desaparecidos, per tornare a violentare la tradizione folk con tutta la foga e l'irruenza della sua voce febbricitante, figlia illegittima dei Violent Femmes più oscuri (quelli di "Hallowed Ground" più che quelli dell'album omonimo).

Fedele ancora una volta alla propria filosofia lo-fi, Bright Eyes non abbandona il gusto dell'improvvisazione che caratterizza fin dagli inizi il suo approccio (come in "False Advertising", che si interrompe all'improvviso con un "I'm sorry" proveniente da una delle componenti del gruppo per poi riprendere come se niente fosse con un "It's ok, it's ok" del leader, che ridà l'attacco alla band…), ma cerca di coniugarlo con una strumentazione più ricca di sfumature e di chiaroscuri rispetto al precedente "Fevers and mirrors", il cui suono era fortemente debitore degli amici e collaboratori Lullaby for the working class.

Più che una raccolta di canzoni, "Lifted" si presenta (già a partire dall'azzeccatissimo artwork in stile "romanzesco") come una raccolta di racconti brevi in forma musicale, narrati rigorosamente in prima persona e dominati dalle multiformi ossessioni del loro protagonista.
Se un paragone con Dylan deve essere fatto (e come non farlo per chiunque imbracci una chitarra acustica con pretese poetiche?), è al Dylan immaginifico e rurale di "John Wesley Harding" che bisogna pensare, con in più lo "stream of consciousness" di "Time out of mind".

Rispetto alla forza visionaria delle struggenti intuizioni di "Fevers and mirrors", "Lifted" appare meno sorprendente e improntato a una maggiore omogeneità, anche se non si può non rimanere conquistati dalle cupe ombre di "Lover I don't have to love", dalle venature country di "Make war" o dalla diretta asciuttezza di "Waste of paint".
Arrogante, commovente, logorroico, drammatico: se continuerà a conservare il proprio slancio entusiasta senza cedere alla maniera, la strada verso la maturità di Conor Oberst promette di diventare sempre più interessante.

(26/10/2006)

  • Tracklist

1 Big picture
2 Method acting
3 False advertising
4 You will. You? Will. You? Will. You? Will
5 Lover I don't have to love
6 Bowl of oranges
7 Don't know when but a day is gonna come
8 Nothing gets crossed out
9 Make war
10 Waste of paint
11 From a balance beam
12 Laura Laurent
13 Let's not shit ourselves (to love and to be loved)

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