Old Time Relijun

Lost Light

2004 (K) | blues-rock

Li avevamo visti qualche mese fa dal vivo, e il sospetto era stato quello di una band approdata, dopo tanto zampettare tra blues avariato e spunti free, a una formula più snella ed efficace, visionaria come sempre ma con un taglio più “garage” e a suo modo pop – scelta, questa, forse condizionata dal cambio di formazione (fuori Phil Elvrum, dentro il giovane Rives Elliot), forse dalla maggiore lucidità musicale di Arrington de Dionyso, attento nel tenere separati più del solito i momenti sperimentali da quelli rock.

Il sospetto in questione è ora pienamente confermato da questo “Lost Light”, sesto album degli Old Time Relijun, forse il migliore della loro carriera. Migliore non perché oggettivamente “più bello”, ma perché, in quanto album con capo e coda, più continuo, omogeneo e coeso delle prove precedenti – i colpi di genio non sono mai mancati nella produzione del trio, ma i cali di tensione creativa o un po’ di confusione qua e là, erano sempre affiorati. A nostro parere, è proprio la dipartita artistica di Elvrum ad avere avuto un ruolo non da poco nella svolta: la produzione (a cura di Calvin Johnson) è come al solito ruvida, ma priva di eccessi sonori particolari (tutto suona sporco, ma senza infastidire); lo scheletro ritmico dei brani è più essenziale che mai (Elliott ha imparato a suonare sulle parti del suo predecessore, ma non è dotato né della stessa tecnica né della stessa fantasia: meglio così), e ne risalta, una volta tanto, l’importanza fondamentale del contrabbasso di Aaron Hartman nell’economia della band.

Sopra un impianto restaurato e prosciugato di moltissimi dei suoi vecchi orpelli, un de Dionyso, come già detto, estremamente lucido e attento a dosare tutte le proprie capacità istrioniche e strumentali: le declamazioni mistico-allucinate sono quelle di sempre, il chitarrismo sbrodolato e nervoso pure, ma stavolta nel consueto frullato new wave + Beefheart + Birthday Party + blues delle radici pare non ci sia una nota fuori posto, come dimostrano brevi, ma intense cavalcate noise-blues come “Vampire Victim” o “Tigers In The Temple”, episodi intrisi di umori newyorkesi (“This Kettle…”, “The Rising Water…”), o la splendida e ipnotica trance ritmica di “Cold Water”.

Il disco della ragigunta maturità? Della consapevolezza dei propri mezzi e delle proprie abilità? Del realizzato compromesso tra rischio e immediatezza? Noi scommettiamo di sì; voi, fate il vostro gioco.

(12/12/2006)

  • Tracklist

1. The Door I Came Through Has Been Closed (but I Keep Trying)
2.Vampire Victim
3. Cold Water
4. This Kettle Contains the Heart
5. Music of the Spheres
6. Tigers in the Temple
7. Pardes Rimmonim
8. Cold Water, Deeper Underwater
9. The Rising Water, the Blinding Light
10. War is Over

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