I Siderartica sono la creatura della cantante
Elena Alice Fossi, dal 1999 al timone dei Kirlian Camera – il più “storico” e
importante progetto electro-industrial italiano – insieme al fondatore Angelo
Bergamini.
Ma è nel 2001 che Elena, supportata da Andrea Fossi (il fratello)
e Andrea Savelli, vara il progetto Siderartica, che dopo interessanti lavori
come “Night Parade” giunge con questo “Shapes” a maturare uno stile fortemente
personale e incisivo, capace di stendere un ponte tra la elettro-wave più
accattivante e le più dense nebbie industrial/ambient degli scandinavi
della Cold Meat Industry.
Su queste coordinate
il trio svaria attraverso gli stili più disparati, dando a ogni canzone una
diversa “ambientazione”, mostrando eclettismo, fantasia e uno squisito gusto nel
recuperare e riplasmare i modi più abusati (o snobbati) del pop elettronico. Si
ascolti ad esempio “Antland”, uno degli episodi più felici dell’album: i ritmi
sono quasi da dance-music ma vengono rallentati, frenati dalle malinconiche
spirali ambient che si agitano sullo sfondo, e il canto annoiato, distaccato di
Elena Fossi a fare da collante. O ancora “Snow White Corpse” che inizialmente
sembra essere stata presa di peso dal “From Here To Eternity” di Moroder ma poi
si spegne in una parte centrale di puro rumorismo ambientale. E quando Elena
riprende a intonare la sua orecchiabile, fiabesca melodia, ecco che intorno a
lei c’è solo una stasi siderale, farcita di effetti e divagazioni stranianti.
Non mancano poi momenti più vicini al sound classico dei Kirlian Camera,
come la lunga “Circle Of The Angels”, vortice electro-dark da manuale, scandito
dal bisbiglio sensuale di Elena, o come “Lucky Village Oversight”, quest’ultima
caratterizzata da un ritornello (con voce effettata) di irresistibile presa, che
sembra essere stato sparato dritto dagli anni Ottanta più “cool”.
Ma l’approccio dei Siderartica resta sempre
freddo, indifferente, impassibile, quasi un voler prendere le distanze dalla
loro stessa materia musicale. Si ha a volte l’impressione di un colto gioco
post-moderno, di rielaborazione di stilemi “pop” a uso e consumo degli
ascoltatori più diffidenti o esigenti. Il sound radioso, brillante, cristallino
esalta ogni singolo “gesto” del gruppo, che siano i brevi intermezzi come
“Maxfield’s Morning Home”, il balletto meccanico dal gusto retrò di “Shapes From
The Land Of God” o immagini notturne ed esoteriche, come l’impalpabile quadretto
ambient di “Lucy Pharr’s May”, uno dei momenti più intensi dell’album. “Nuova
York, Anno 4”, posta in chiusura, unico brano in italiano con Elena Fossi voce
narrante di un racconto gotico e onirico, sciorina un tappeto musicale di
spessore quasi sinfonico.
Alla fine del
viaggio si è increduli per la freschezza, l’eleganza, la complessità e la
ricchezza delle idee, il tutto mascherato dietro una facilità d’ascolto quasi
disarmante che contribuisce a fare di questo disco uno dei più preziosi lavori
electro-wave degli ultimi anni.
P.S. Il viaggio in realtà
continua, perché c’è allegato un secondo cd di remix e “ricostruzioni” (alla
maniera dei Nine Inch Nails) di
alcuni brani, denominato “Toys And Robots From The Land Of God”. Alcuni (come
“Archangel’sk” e “Night Parade”) tratti da lavori precedenti. Utile punto di
partenza per approfondire la conoscenza di un gruppo che è ben più di un
side-project .
12/12/2006