JONATHAN KANE - February

2005 (Table of the elements)
blues

Diversi sono i fattori che fanno della Table of the Elements un fenomeno di culto ancora oggi, dopo una più che decennale militanza nel mondo della musica ricercata, iniziata con l'arpa all'idrogeno di Zeena Parkins. Innanzitutto perché, unica etichetta in grado di mettere d'accordo accaniti fruitori di musica d'avanguardia e irriducibili nostalgici del piccolo chimico, si è imposta su una particolare fetta di mercato discografico con colpi di genio a ripetizione, limitando al minimo le inevitabili cadute di stile nella sregolatezza. Inoltre, parallelamente ai meriti di natura artistica, è doveroso riconoscere il valore dell'opera di diffusione su scala abbastanza ampia di lavori altrimenti destinati alla venerazione elitaria (quando non al famigerato dimenticatoio), nonché la notevole importanza di numerosi ripescaggi eccellenti: basti pensare, tra i tanti, ai Faust e a John Fahey, per molti anni lontani dalle scene prima della doverosa riscoperta.

Proprio in quest'ottica va letta l'ultima operazione della casa discografica americana: siamo arrivati al numero di serie ottantotto, l'elemento è il radio (piccoli chimici, non provate a giocarci), il ripescato di lusso la "leggenda" newyorkese Jonathan Kane, che molti di voi ricorderanno come stupratore della batteria dei primissimi Swans, pochi per la più discreta attività di musicista al fianco di veri e propri totem dell'avanguardia come Rhys Chatham o La Monte Young.

Se tante e tali frequentazioni possono essere utili per ricostruire storia e vicende artistiche dell'autore, non si può certo dire che rivestano la stessa importanza nel tentativo di classificare questo nuovo lavoro: "February", infatti, lungi dall'essere un revival degli Swans più rumorosi o un'ardita escursione nel minimalismo, a rendere omaggio ai già citati maestri, si nutre della linfa vitale del blues. Questo il filo conduttore del disco, interamente strumentale, in pratica suonato e prodotto dal solo Kane (cimentatosi con basso, chitarra e, ovviamente, batteria), coadiuvato, in alcuni pezzi, da Igor Cubrilovic.

L'apertura è affidata alla splendida "Curl", agile composizione surf in crescendo, riff acustici ed elettrici che si intrecciano su una batteria che più zappiana non si può (trattasi di Zappi Diermaier dei Faust, prima che qualche fan del baffuto vada in escandescenza). Vertice dell'album, ha l'unico difetto di far sembrare scialba e monotona la successiva "Pops", che in verità poco offre, di suo, per farsi pienamente apprezzare. Più movimentata "Sis", anch'essa costruita su un tessuto che tradisce influenze kraut (le note di accompagnamento non a caso parlano di Neu!). Degno di nota il finale, caratterizzato da un drumming forsennato e una chitarra lancinante a condurre la scena.

Acustica e delicata la parentesi di "Motherless Child", struggente traditional rielaborato per l'occasione.

Una linea di basso decisa introduce l'ultimo capitolo, il tributo al Rhys Chatham più elettrico con la cover della stupenda "Guitar Trio". Kane, pienamente padrone della materia sonora, rallenta e dilata a piacimento, l'incedere meccanico trascina l'ascoltatore verso un finale imponente e percussivo in maniera quasi ossessionata.

Complessivamente il lavoro si mantiene su livelli discreti, originale l'idea di combinare il blues con suoni che hanno avuto un'evoluzione opposta sia dal punto di vista storico che della collocazione geografica; la proposta è di per sé gradevole anche se un certo senso di ripetitività non le consente di raggiungere livelli di eccellenza.

Dal punto di vista della fruibilità, la musica racchiusa tra i solchi di "February" (vile stratagemma per ricordare ai feticisti la disponibilità della versione in vinile) si colloca tra le più accessibili mai prodotte dalla Table of the Elements, ma tutto ciò non la rende meno meritevole di essere ascoltata.

21/03/2011

Tracklist

  1. 1. Curl
  2. 2. Pops
  3. 3. Sis
  4. 4. Motherless Child
  5. 5. Guitar Trio