Graham Coxon

Love Travels At Illegal Speeds

2006 (Parlophone) | pop-rock

Chi ascoltava musica negli anni 90 si ricorderà che il britpop andava alla grande in quegli anni. Al di là delle scaramucce da tabloid Blur-Oasis, era un genere che aveva una sua sincera freschezza e vanta dischi che ancora non suonano invecchiati. Poi il vento è cambiato, col nuovo millennio quella spinta britannica di spleen/ribellione adolescenziale si è esaurita, e le menti musicali dell'epoca si sono divise in due grandi gruppi: chi ha sentito l'esigenza di reinventarsi (Damon Albarn, Jarvis Cocker), e chi, ahimè, no (Oasis, Supergrass). Graham Coxon (ex chitarrista dei Blur, lo sanno tutti), purtroppo, appartiene a questo secondo gruppo.

"Love Travels At illegal Speeds" non è certo il suo primo disco solista, ma lui non ne tiene troppo conto, e ripete, con tendenza peggiorativa, le formule del precedente "Happiness In Magazines". Rispetto al 2004, infatti, Coxon sembra essersi convertito a quella classicissima e abusatissima forma-canzone propria dei singoloni punk-rock ultima maniera (Green Day, Offspring ed emuli vari), alternando questi anthem da high school con tiepide ballate acustiche, per un risultato di singolini pop-rock amplificati da un po' di punkeggiamenti assai edulcorati.

Parla per tutto il disco il primo singolo: "Standing On My Own Again", interpretato con ammirevole convinzione (se non fosse per l'accento sbiascicato à-la Billy Joe che suona parecchio artificioso), ma musicalmente nullo. Siamo molto lontani dalle derive punk dei primi Blur, quelli di "Song 2" per capirci, che avevano una loro potenza compositiva e uno stile che li rendeva meravigliosamente riconoscibili. Difficile dire da cosa dipenda: se dal riff, dal manieristico quanto inutile assolo di chitarra, dalla formula melodica strofa-ritornello-strofa-ponte-ritornello utilizzata fino alla consunzione psicologica, dai power-chord utilizzati invece fino alla consunzione fisica o più semplicemente da tutte queste cose messe insieme.

Nemmeno nelle ballate Coxon riesce qui a essere ai livelli dei suoi lavori precedenti. Se "Just A State Of Mind" mantiene una certa delicatezza sia nella composizione che negli arrangiamenti di archi e fiati, "Don't Believe Anything I Say" è solo un pugno di accordi lasciato a se stesso (e Graham non è un cantautore sufficientemente valido per permetterselo), e in "Flights To The Sea" prova ad aggiungere un flauto alla Jethro Tull senza che il risultato cambi molto.

Ma ciò che rende questo disco veramente orribile (aggettivo che l'artista stesso fa proprio per descrivere questo lavoro solista: (sentimental, despondent, whiny, stingy, horrible) - crudele ironia?) è il punk globalizzato che lo caratterizza all'85%. Prive di fantasia, prive di mordente, prive anche di quella traccia britpop che, seppure senza originalità , vestiva la musica di Coxon di una certa piacevolezza pop (fa eccezione "What's He Got", ma è un po' poco), canzoni come "You Always Let Me Down" o anche la più accelerata "Don't Let Your Man Know" sono solo tante brutte copie di una brutta canzone spacciata al pubblico per punk-rock, ed è molto triste trovare noioso un album il cui scopo è chiaramente quello di far saltellare le persone (viene in mente una mitica spilletta tonda il cui monito era "Punk's not dead, it just sucks now").
Graham Coxon chiude il suo peggior album con "See A Better Day": una bella ballata, calda ed emozionante, e un bell'augurio con cui lasciarlo.

(04/05/2006)

  • Tracklist
  1. Standing On My Own Again
  2. I Can't Look At Your Skin
  3. Don't Let Your Man Know
  4. Just A State Of Mind
  5. You & I
  6. Gimme Some Love
  7. I Don't Wanna Go Out
  8. Don't Believe Anything I Say
  9. Tell It Like It Is
  10. Flights To The Sea (Lovely Rain)
  11. What's He Got?
  12. You Always Let Me Down
  13. See A Better Day
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