KAZUMASA HASHIMOTO - Gllia

2006 (Noble records)
elettronica

Uno dei compositori fra i più interessanti e fantasiosi della

scena giapponese torna a deliziare i nostri sensi con un altro viaggio sonoro

fatto di luce, colori e immagini sgranate. Come non citare le sue due precedenti

opere? “Yupi” rappresentava un perfetto crocevia fra musica classica minimale e

un’elettronica gentile e soffice. Episodi di pura inventiva sonora dimostravano

come, già alla prima prova, Kazumasa Hashimoto fosse in possesso di una

sensibilità musicale fuori dal comune e di una perizia compositiva d’assoluto

valore. La dolcezza del suo suono e l’approccio essenzialmente pacato

scaturiscono con timida prepotenza, cesellando un sogno musicale dai tratti fini

e vivaci. Con “Epitaph” piccole variazioni s’introducono, arricchendo una

formula che già di per sé era ricchissima di spunti. Il piano come strumento

singolo si fa più presente e anche qualche scomposizione elettronica in più

s’addiziona, senza disturbare. In alcuni frangenti si sente l’eco di una vera e

propria musica glitch applicata a partiture classiche. Non certo un’innovazione

straordinaria, ma applicata con gusto ed estrosità bambinesca.

“Gllia” è un

disco molto diverso dai suoi precedenti. E’ un bene dirlo subito per evitare

equivoci. Un’opera molto più distesa, meno frammentaria, più omogenea e

orchestrale. Kazumasa si dev’essere accorto che aveva esaurito le cartucce con

le precedenti soluzioni stilistiche o semplicemente c’è stata un’evoluzione

naturale e spontanea. La durata delle tracce all’incirca rimane la stessa, con

l’alternanza fra pezzi dilungati e piccole suite di un minuto circa, per

spezzare l’atmosfera o per impreziosirla, a seconda dei punti di vista.

Il principio è affidato a quel bozzetto tenero e amatoriale che è

“Theme”, una voce introversa ci racconta una storiellina semplice semplice, il

piano spruzza colori nell’aria con le sue note cristalline, un delizioso

sottofondo brulicante è un tappeto accogliente come non mai.

“Mr. Gleam” è

un (perfetto) incontro fra i Rachel’s più intimisti e i due Matmos amanti della

musica elettronica scomposta (incontro nemmeno tanto fantastico, visto che i due

gruppi hanno collaborato davvero). La composizione si basa su una serie di

bleep morbidi, una batteria suonata con un fare gentile, ancora una voce

appartata, che decanta una poesia appena sussurrata, quasi con la paura di

esporsi. Il tutto si dispiega con sorprendente naturalità, fra un cello che

spezza il silenzio, un ritmo claudicante e una serie di pause intrise di

vivacità sorniona.

“Monochrome” è una visione onirica che si fa reale

attraverso uno xilofono che tintinna luminoso, piccole note di tastiera

ripetitive sono una piacevole ossessione, una voce (questa volta maschile)

riferisce la sua fiaba robotica, con una mano sul cuore e la mente immersa fra

le nuvole più bianche del cielo. Un’attitudine sognante ricopre tutto il pezzo,

disegnando trame melodiche d’una finezza incontenibile.

“001[far]” è un

piccolo siparietto per una chitarra che strimpella scomposta, un oblio di

complessità strumentale, stille di elettronica gelida, un arco tagliente e un

qualcosa di misterioso che cattura, nonostante nasconda la sua identità.

Se

credete che il pop possa ancora essere contaminato, rimarrete piacevolmente

impressionati da un gioiellino raffinato come “Ne Connissons”, se non

disorientati ma al contempo accarezzati dal fratello gemello di “Theme”,

“Ruinruin”.

La title track trasuda passione, da ogni lato la si

guardi, regalandoci una tenue atmosfera estatica: ancora note di chitarra dal

fare educato, un piano saltella con un piede solo, lo xilofono disegna un cielo

con l’arcobaleno ricco di sfumature mai uguali. Sul finale, un marasma

orchestrale crea un qualcosa di unico e inestimabile, scampoli di un immaginario

pianeta dove gli alberi sono sempre verdi e robusti, non ci sono mai nuvole nere

e il sole splende riscaldando cuori dolenti.

Quadrettino finemente ricamato

nella successiva “002[esbia]”, abbellito da una percussione magica e un

dondolare incontrollato di timbri evanescenti; una sorta di jazz mutante (?!) si

presenta in “Milmils”, un rullante suonato per una marcetta primaverile,

s’aggiunge un contrabbasso pulsante, decorando un dipinto rifinito nel più

piccolo particolare.

Lasciar andare il cuore a “Drama” è semplice.

Distendersi in un prato rigoglioso, quando il sole sta leggermente calando,

farsi circondare dalle note, senza opporre resistenza, viaggiare con la mente

per lidi immaginifici, socchiudere gli occhi, sognare che l’impossibile possa

avvenire, veder scorrere i fotogrammi della propria vita. E il suo suono

risanerà ogni male, rigenerando un animo malandato, soccorrendo un’anima

sofferente.

La conclusione di questo peregrinare fra paradisi terreni e

ambientazioni candide spetta a una cascata di suoni che si inseguono a vicenda

(“The Happy Days Passed Like A Dream”), seguita poco dopo dalla sibilante

“Curtainfall”, che termina con un incedere fra l’amatoriale e il malinconico.

Un disco raccomandato a chi non sa dove riporre i propri dolori, per

farsi cullare delicatamente. Gli altri, nonostante tutto, non potranno rimanere

impassibili davanti a questa manciata di canzoni, che sembrano scritte apposta

per intenerire anche l’animo più terribile.

27/04/2006

Tracklist

  1. 1. Theme
  2. 2. Mr. Gleam
  3. 3. Monochrome prome
  4. 4. 001 [far]
  5. 5. Ne connissons
  6. 6. Ruinruin
  7. 7. Gllia
  8. 8. 002 [esbia]
  9. 9. Milmils
  10. 10. Drama
  11. 11. The happy days passed like a dream
  12. 12. Curtainfall

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