James Holden

At The Controls

2006 (Border Community) | techno-trance

Quattro copertine che sbirciano altrettanti fotogrammi di un chirurgo in sala operatoria. O meglio, delle sue mani che indossano guanti sterili e si apprestano a un tenue "taglia e cuci". Mani espressive, quasi dotate di sguardi, sorridenti e beffarde nel prepararsi al "lavoro". Sempre con un occhio alla cartella clinica.
James Holden, 26 anni, già mentore del suono corporativista in "Balance 005", sublima le sue competenze critiche e le ricostruisce a mo’ di expo music , ripescando tutto ciò che in qualche modo l’ha corrotto e folgorato nel corso degli anni. E così "At The Controls" diviene un mix-album , uno di quelli che tanto han fatto discutere in passato, per gioie e dolori presenti o per concettuali riluttanze predestinate alle manipolazioni. Non è stupido o retorico dire: "Qui è diverso!". No, perché il suono è come una stampante a getto e, pur giocando con le provenienze più disparate per anni e strutture, assume un senso di compattezza trance che stupisce. Non si sente l’odore marcio del corpo in attesa, tanto meno l’essenza di plastica delle copiature, ma tutto confluisce in ritmi clamorosamente in pompa sommessa. La manipolazione, in tal senso, è organizzata seguendo diverse procedure: si spazia dalla sovrapposizione congiunta di più campionamenti, ad algide e "timide" intromissioni electro-scratch in tenuta ambient . Diverse operazioni che confluiscono in un unico collage sonoro, petulante e ozioso, privo dell’autoreferenza che avrebbe strappato ogni singola cucitura, lasciando quei pochi fili sparsi nell’oblio delle manipolazioni distorte.

Queste riflessioni è come se fossero applicate a un "LateNightTales" di contorno, poiché, senza paura, si affiancano Harmonia (gruppo kraut-rock degli anni 70) e Holden stesso, passando per Apparat e Fennesz: diciamo che è un mix del proprio vissuto, senza paura (e inevitabilmente senza il rischio) di sbagliare. Gli anni che attraversano questa notte sono comunque quelli recenti, in prevalenza. "At the Controls" è un calendario del 2000 e dei suoi figli misconosciuti, rivisti con acconciature da evento o abiti per l’occasione. Basta esserci per comprendere, ascoltare per godere, "osservare" per stendere i personali rigurgiti. C’è un inconfondibile progetto basilare, volto a diventare il "Music For Airports" di questi tempi infami per i cieli: sessioni nuvolose, schiamazzi notturni e pericoli di caduta sul sottofondo. Il tramite di tutto è la scelta, ovvio. La scelta di girovagare in origini parallele (Massive Attack, primo Aphex) per creare la serata unica e irripetibile: questo (doppio) disco è un concept sullo spazio progressivo, roba da far impallidire registi e spettatori.

Fin dalle prime sequenze il ragazzo mostra i segni della sua tenacia, della sua "senile pazienza" di non dover mostrare tutto e subito; è per questo che la sua vera identità, i suoi spazi, appaiono quando i festeggiamenti sono già in corso da un pezzo. Le sue creature, "Lump" e "10101", sono poste al centro del primo disco, la loro funzione è quella di smobilitare le prime ondulazioni elettroniche, i primi segni di una fusione trance in continuo fervore, in continua espansione.
Holden compone con smodata costanza tutti i suoi giochi magnetici, montando/smontando le componenti come un bambino viziato che ha fretta di colmare la sua ludica irrequietezza; proprio quest’ultima trova un fedele compagno di banco nell’altro rampollo eccellente di casa Border Community: Nathan Fake. In "Charlies House" tutte le composizioni elettroniche creano un vero e proprio luna-park di suoni e colori, un intarsio frenetico di bozzetti infantili. Una volta cessata questa dolce corsa, tutto torna a una normalità più adulta, più riflessiva. E così il primo dei due capitoli si chiude in sordina, quasi sotto forma di contemplazione: Holden sceglie tre brani adatti ai titoli di coda, col finale provocatorio di "Rivers Of Sand", a nome Fennesz, una ventina di secondi di sottolineature, errori, echi di un low-fi che ci sarà fra vent’anni.

Il secondo disco si apre con le vibrazioni di uno shock, rovistando in quelle belle cose che somigliano alla techno di Juan Atkins: mondi in preda ai sibili, ritmi delineati da monocellule, intermezzi primitivi. I suoi "interventi" caricano i contorni più che i centri e tutto è ricondotto, infine, a un caleidoscopio delle sale da ballo di tanto tempo fa.
Ciò che lascia di stucco è la capacità di frenare all’improvviso gli istinti dei movimenti alterni, presentando la parentesi della calma apparente e stravolgendo l’efficacissimo folk di Malcolm Middleton ("Solemn Thirsty"). La musica è come se chiedesse un po’ di riposo, ottenendolo col conforto di uno stato d’animo che sa di non averlo mai realmente allontanato. Sì, perché la caratteristica evidente, e qui ci si riconduce a parole già dette, è proprio il relax che serpeggia nell’aria, persino in quella di talune accelerazioni.
E non c’è momento più adatto per tirar fuori "Xtal", ovvero l’origine di un certo modo d’intendere le rivoluzioni.

Una volta cessati i tributi, Holden ricomincia a danzare tra le mura domestiche, scomponendo tutti i pezzi del puzzle elettronico "Sun Spots", o tuffandosi, con tutta la sua trance elettrica, nelle lagune pop di "Big City" e "Lottotron Reboot": entrambe rivestite di lucido e amplificate nella loro struttura già fortemente predisposta alla disco-pop anni 80. Un abbraccio caloroso a quei suoni e via, di nuovo a casa, magari per chiamare l’amico di sempre, la guida di tutti i suoi viaggi, l’uomo di plastica: Ritchie Hawtin.
A questo punto, il piccolo James, ormai stanco e felice, (ri)affida le chiavi della stanza dei (suoi) giochi ad AFX. Con "Every Day", tutti i pupazzi vengono rimessi a posto, tutte le luci vengono spente. La serata giunge alle cinque del mattino, i volumi si abbassano ulteriormente, ci si alza e si va verso il lato chiaro degli avvenimenti.

(12/09/2006)

  • Tracklist

Disc 1

  1. Wooden - Apparat
  2. Cor Ten - Plastikman
  3. Trinity Dub (Three) - Massive Attack & The Mad Professor
  4. Angle Blues - Wax, Kate
  5. Anita Berber - Death In Vegas
  6. Some Polyphony - Petter
  7. Metro Pop - Vox Sala
  8. Hotter Now - Issakidis
  9. Lump - Holden (1)
  10. Trace Function - Midimiliz
  11. Watussi - Harmonia (2)
  12. 10101 - Holden, James
  13. Medean - Skugge & Stavostrand
  14. Charlie's House - Fake, Nathan
  15. Angels On Your Body - Lucky Pierre
  16. Perlandine Friday - Christ.
  17. Rivers Of Sand - Fennesz

Disc 2

  1. Opening Titles - Meta.83
  2. Gebrunn Gebrunn - Paul Kalkbrenner
  3. 1939 - Motiivi:Tuntematon
  4. Solemn Thirsty - Malcolm Middleton
  5. Xtal - Aphex Twin
  6. Sun Spots - Milky Globe & Holden
  7. Aufm Klo - Kalabrese
  8. Big City - Lazy Fat People
  9. Lottotron Reboot - Water Lily
  10. Cold War - Trans Am (2)
  11. Poppy Seed - Slag Boom Van Loon
  12. Live At Sirius Prime - Egoexpress
  13. Nazi Trance Fuck Off - Black Strobe
  14. Cor Ten - Plastikman Every Day - AFX
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