Il tutto è superiore alla somma delle sue singole parti
Se nell’odierno mondo dell’elettronica cercassimo un nome sulla base del quale descrivere l’attuale generazione del giovane ascoltatore medio, inevitabilmente la scelta cadrebbe sui Moderat, la macchina astratta creata dalla simbiosi del duo berlinese Modeselektor, composto da Sebastian Szary (classe ’75) e Gernot Bronsert (’78), con il suo coetaneo sassone Apparat, pseudonimo di Sasha Ring.
Proprio sul finire del 1970, alla nascita anagrafica del trio, i Kraftwerk introducevano ufficialmente la musica pop nell’era delle macchine, con quell’estetica robotica che sarebbe poi stata dominante negli anni della new wave.
After the Wall came down, everywhere in Germany and especially East Germany there was a lot of chaos, anarchy
E’ un po’ come se la storia, ciclicamente, si ripetesse. Ricordiamo che infatti molti dei musicisti della scena kraut, come Roedelius, Klaus Schulze, Froese, Michael Rother, crebbero proprio in un tessuto sociale fortemente lacerato dalla perdita della Seconda Guerra Mondiale, il cui finale fu una sorta di anno zero per la nazione tedesca. Riuscire a convivere con il senso di colpa dell’olocausto e allo stesso tempo ridare ordine a un paese annientato dagli effetti negativi della tracotanza nazista fu impresa ardua. Ci volle un decennio, forse due, per una vera e propria rinascita culturale.Per comprendere meglio quale peso culturale abbia avuto la musica elettronica nella storia della Germania contemporanea, basterebbe vedere il documentario del 2009, “Krautrock – The Rebirth of Germany” e dare un’occhiata all’apposita pagina dedicatagli nel nostro sito. Senza considerare queste radici, sarebbe impossibile infatti individuare il motivo per cui Berlino è diventato nel nuovo millennio il principale polo attivo per la scena Idm e le sue varie ramificazioni nella house e nella techno.
Non ancora maggiorenni cominciano la loro attività ai piatti, e dopo qualche anno di rodaggio scoprono il loro marchingegno prediletto, un vecchio Roland Re-201, comunemente conosciuto per i cultori dell’elettronica come Space Echo, un’unità audio a nastro magnetico munita di eco e riverbero, con i quali i due, che già si destreggiano con giradischi e mixer, cominciano a divertirsi.
La manopola con il quale si gestisce il suono in uscita su nastro ha proprio il nome di Mode selector, così nel 1996, in una Berlino ormai ricostituita e più coesa, che dalla Friedrichstraße converge nella spigolosa modernità architettonica di Potsdamer Platz, i due decidono proprio di chiamarsi Modeselektor.
E nel 1998, proprio nel pieno del fermento della scena berlinese, nasce un altro sodalizio artistico, quello tra Krsn Brasko e Codec Völker, nel progetto Pfadfinderei, uno studio situato nei pressi di Hackescher Markt, diventata ormai un vivace centro culturale della nightlife della capitale, oltre a essere uno snodo cruciale per i trasporti. Nello studio, attivo inizialmente soprattutto per quanto riguarda la grafica e la videoart, passano designer, tipografi, e appunto dj e musicisti attivi nella capitale, tra cui i Modeselektor, che cominciano a prendere parte alle serate di Codec, il quale pubblica flyer e grafiche per gli eventi dei principali club di Berlino. Ben presto Pfadfinderei passa a essere un vero e proprio collettivo, e le serate organizzate dalla comune prendono il nome di Labland, diventando un punto di riferimento per artisti di ogni provenienza.
Il format delle serate è più quello di un esperimento libero che quello di un club, ma all’alba del nuovo millennio, è inevitabile che lo spirito di rivalsa crescesse attraverso la libertà espressiva della danza, ed è qui che Bronsert e Szary cominciano a trovare un’inquadratura più solida e dinamica. Il collettivo accompagnerà in futuro tutta la produzione artistica e il concept visuale intorno al brand Moderat, creando una collaborazione di fiducia reciproca tuttora in corso.
Inoltre, sempre all’interno del Labland, cominciano a girare anche i dj della BPitch Control, etichetta discografica nascente, frutto dell’esperienza nelle dancefloor degli anni 90 di Ellen Fraatz, meglio conosciuta come Ellen Allien, la quale oltre a far emergere proprio i Modeselektor anche al di fuori della metropoli tedesca, farà conoscere un’altra storia, quella di Paul Kalkbrenner, che diventerà poi noto ai più nel 2008 con il film diretto da Hannes Stöhr, “Berlin Calling”, e che per l’etichetta di Ellen Allien pubblicherà insieme a Sasha Funke proprio le musiche del film. Ci troviamo quindi in una dimensione musicale che acquisisce sempre di più l’aspetto di un movimento, coinvolgendo non solo l’elettronica ma tutte le espressioni artistiche, fino al cinema.
Multifunktionsebene, il primo disco pubblicato da Ring nel 2001, ha già nelle sue pulsazioni electro-dub un primo assaggio di quello che poi vedremo in seguito con i Moderat, seppur in un modo naif e molto reiterativo. Non ci troviamo nemmeno molto distanti dai suoni di Autechre, o, sempre rimanendo nei confini tedeschi, di Alva Noto, che proprio in quegli anni pubblica le sue prime perle ambient. Ci vorrà qualche anno per far ispessire la trama musicale di Apparat, che nel 2003, fa uscire il più sostanzioso Duplex.
Diventato ormai visibile ai più il talento di Ring, i coetanei Modeselektor decidono di unire le loro esperienze a quella di Apparat prestando le loro conoscenze in materia di effettistica e di modulazione sonora alla ormai acquisita capacità compositiva di Sascha, in grado di destreggiarsi tra basso elettrico, synth e percussioni. Sempre per BPitch Control viene pubblicato l’esordio dei Moderat, moniker nato proprio dalla fusione delle due anime musicali del Labland, ed è un simpatico Ep intitolato Auf Kosten der Gesundheit, letteralmente “a costo della salute”, con la grafica firmata proprio da Brasko e soci.
Sebbene molto acerbo, questo Ep presenta in forma compressa tutte le caratteristiche che ritroveremo nel primo Lp del trio, anche se la mano pesante e iconoclasta dei Modeselektor è decisamente prevalente.
Tracce come “Koxring”, “Mode”, “Russian Courier”, già fanno presagire che quei collage di sample sorretti dal subwoofer battente dei Selektor e l’ariosità melodica e esistenzialista della master keyboard di Apparat possono essere qualcosa di più di una semplice accozzaglia. In “Ramadan” si sente tutto la loro passione per gli Autechre, per le sonorità di “Incunabula” e Anti EP, miglior traccia del vinile, sembra accentuare la loro sostanziale resilienza attraverso la musica, agli albori dell’era digitale. E’ un suono marziale e solenne, che sembra costantemente inseguire il bianco fulgore in grado di squarciare il plumbeo cielo teutonico, senza però trovarlo fino in fondo. Il disco, se pur buono, non riesce ad avere seguito commerciale.
Dopo questo primo riuscito esperimento su Ep, le due esperienze si dividono per qualche anno: i Modeselektor, dopo una serie di extended, pubblicano il loro esordio su Lp nel 2005, Hello Mom!, che presenta in copertina lo scimmione dagli occhi rossi che diventerà il loro logo negli anni a venire sino a caratterizzare l’identità della Monkeytown Records, l’etichetta che creeranno in seguito.
Il disco incorpora alla fibra electro elementi derivanti dall’hip-hop e dal reggae, come ad esempio in “Dancing Box”, con il rapper TTC, e “Fake Emotion”, che vede la collaborazione con il vocalist Paul St. Hilaire, destinata anche questa a durare per tutta la durata della carriera della coppia.
Altri momenti salienti sono “In Loving Memory”, traccia già presente nell’omonimo Ep del 2002, “Kill Bill Vol. 4”, strafottente electroclash che distingue il suono del duo perlomeno fino all’invasione delle nuove etichette berlinesi fino a disperderne la novità, e “Silikon”, con il featuring di Sascha Perera. E’ un lavoro fatto per il dancefloor, ma ancora immaturo. Nonostante l’uscita su disco, il duo sembra essere ancora orientato all’intrattenimento nei club piuttosto che alla serietà del long play.
Il cadenzato di “Limelight” sfodera fraseggi decisamente interessanti, così come “Hailing From The Edge” e “Holdon”, che oltre a Sascha nei cori presentano alla voce Raz O’Hara. La produzione è più pulita rispetto alle sonorità garage dei Modeselektor e il disco ha inoltre due brani destinati a diventare veri e propri classici del repertorio di Apparat, “You Don’t Know Me”, che verrà utilizzata nella celebre colonna sonora de “Il giovane favoloso“, film sulla vita del poeta recanatese Giacomo Leopardi, e “Arcadia”, forse il momento più alto nell’esperienza solista dell’ormai crooner sassone. La lirica è essenziale, ma la qualità non è tanto nel linguaggio spontaneo e semplice che Ring utilizza, quanto nel suo acuto rarefatto velato dalla fioritura dei suoi contrappunti arpeggiati:
What’s the point of waitingFor life to come
I could go further
And no one’s surprised
Your plans collapse, run off or fall apart
Your plans collapse, run off or fall apart
(Apparat, “Arcadia”)
“2000007” e “The Dark Side Of The Sun”, con Puppetmastaz, continuano il loro sghembo e bizzarro dancehall in bilico tra Cypress Hill e Daft Punk. Invece tracce come “Godspeed”, “The Black Block” e soprattutto “Let Your Love Grow”, con St. Hilaire, testimoniano una decisa corposità e sembrano già voler riprendere il discorso aperto proprio con Ring con il primo Ep a nome Moderat.
Happy metal, hard rap, country-ambient, Russian crunk. We don’t like it if people tag us as being a certain style or school or scene or whatever. We don’t really care about all that
Il passaggio successivo è quindi quello di risfoderare dalla guaina il sound potente ed efficace di un pezzo come “Ramadan” e fondere il dualismo dei dj nella perfezione equilatera del triangolo con Sascha Ring. Ci riescono nel 2009, con un disco che risulta ancora oggi attuale e significativo. L’esordio dei Moderat su Lp, sempre con la produzione e il sostegno di Ellen Allien, è decisamente un passo in avanti non solo per i tre, ma per tutta l’etichetta discografica e tutti i ragazzi che muovono i fili dietro al collettivo Pfadfinderei.
Nell’espressionismo minimalista della copertina, una giovane ragazza con un ciondolo dalla forma di cuore sembra purtroppo colpirsi in pieno volto. Parte “New Error”, e si viene sommersi da un’incalzante marcia sostenuta dai volteggi sintetici di Ring; una riflessione terapeutica, il punto della situazione sull’esistenza di chi ascolta. Il refrain si espande sempre di più tra compressioni e rilasci fino a deflagrarsi. E’ un’ottima introduzione, è gia si intuisce che è un disco piuttosto solido. Il pezzo sarà il loro cavallo di battaglia e sarà utilizzato in spot e quant’altro negli anni a venire. A ruota entra “Rusty Nails”, e qui percepiamo ormai che l’amalgama tra la presa dubstep dei “selektor” e Sascha è diventata una e trina.
Il disco sembra una psicanalisi per spiriti inquieti e solitari del nuovo millennio, e riesce a cristallizzare nella bellezza dell’ascolto proprio quella frammentazione critica della gioventù nell’era digitale, che ormai tende a snaturare le esigenze emotive in modo non cosciente, riadattando il proprio sé in una costante riformulazione di ciò che si percepisce e si sente nell’intimità.
“Seamonkey” sembra il nome di un transatlantico in aperto oceano, così come è il suo suono, pieno, liquido, ondeggiante. “Slow Match” vede ancora la presenza del raggamuffin di St. Hilaire, ma i suoni respirano e sembrano più vividi rispetto ai dischi del duo. Il suo voodoo nomade incrocia sulla traiettoria le tecnologie di Szary, che origlia in lontananza un clavicembalo mozartiano, in un leit-motiv che ricorda la scena musicale di Bristol. È una musica che stratifica, “deterritorializza”.
“3 Minutes Of Nasty Silence” alza la suspense per la seconda parte del disco. Le successive tracce presentano più i tratti distintivi dei dischi dei Modeselektor, come la paranoide quanto liricamente ispirata da Dellè, “Sick With It”, per poi riaffacciare il disco sulle atmosfere di Walls, riuscendo addirittura a incorporare elementi più acidi con “Porc”, fino al loro anthem “Les Grandes Marches”, altro pezzo notevole, questa volta molto Apparat.
It makes you feel like ice cold winterIn this labyrinth of filth and sin
Some things are sweet and some even sweeter
Link by link the ice is getting thin
On my deadly journey right to the center
This draging twister takes me under
I ´m willing to survive, can´t surrender
To the call of this phony splender”
(“Sick With It”)
“Berlin” è un tributo alla loro metropoli compagna di una vita, la tellurica dub-techno di “Nr. 22” marcia insistente verso la finale “Out Of Sight”, che congeda il disco in modo armonico e pacato. A posteriori, è un naturale quanto riuscitissimo continuum della tradizione elettronica tedesca, e in un futuro prossimo avrà tutto il diritto di essere considerato una milestone dei tempi odierni, nel suo genere.
Da qui in poi per i tre la strada è in discesa.
Come Paul Kalkbrenner in “Berlin Calling”, Bronsert e Szary presentano sé stessi in un film-documentario di Amy Grill, intitolato “Speaking In Code”. Il film narra proprio le vite di musicisti e clubber che hanno scelto la musica elettronica come stile di vita. Nel film compaiono, oltre a Ellen Allien, anche Wolfgang Voigt (GAS) e Robert Henke dei Monolake.
Il 2011 li vede di nuovo smembrarsi per proseguire le loro rispettive strade. Per quanto riguarda i Modeselektor, con i guadagni del loro successo riescono a mettere su una loro nuova etichetta, appunto la Monkeytown Records, con la quale esordiscono con Monkeytown.
Il disco ha sicuramente una produzione migliore rispetto ai predecessori, e li vede da subito in visibilio con “Blue Clouds”, reduci dall’esperienza al fulmicotone della tournée. “Evil Twin”, “German Clap” e “Berlin” non fanno altro che riaffermare ulteriormente la pienezza del loro suono, che ormai ha stoffa da vendere, sebbene il disco non presenti novità eclatanti. Il disco vanta ancora la collaborazione di Thom Yorke in “Shipwreck”, un altro dei loro successi.
Il gorilla ha ormai preso forma, danza e vibra nelle frequenze della loro musica, come da copertina. Apparat invece dà un ulteriore suggello alla propria carriera solista con The Devil’s Walk, ispirato all’opera omonima di Percy Bysshe Shelley, pubblicato stavolta per la Mute e uscito nell’autunno del 2011, ed è un disco che sarà molto ascoltato a posteriori, soprattutto grazie a “Goodbye”, con la voce dell’austriaca Soap & Skin, che diventerà la soundtrack di film e serie tv.
Il disco vanta pezzi davvero notevoli: il primo singolo estratto è “Ash/Black Veil”, a seguire “Black Water” e “Song of Los”. Altro brano che lo vede come abile sarto delle armonie è “Candil De La Calle”, forse l’episodio migliore dell’intero lavoro.
Tornando a noi, dopo Kring und Frieden, Apparat torna nella sua Germania e viene richiamato indietro dai due colleghi per ultimare i loro nuovi pezzi, nel tentativo di ripetere la magia del primo disco. Uscito questa volta per la neonata Monkeytown Records sul finire dell’estate del 2013, Moderat II riesce a ripetere, per poi superare numericamente, le vendite del loro esordio. Il soggetto dell’artwork di Pfadfinderei questa volta è maschile, e ci mostra un uomo nell’atto di indossare una maschera per coprire il proprio volto con un altro. “The Mark (Interlude)” sembra proprio descrivere musicalmente tale gesto.
Stavolta a dare il benvenuto ci pensa un’inquieta “Bad Kingdom”, che sembra proprio voler narrare il disagio del personaggio in copertina, attraverso una dubstep cinematografica, che accompagna la distopia fumettistica dei Pfadfinderei, in una sorta di ossessivo complottismo per i dannati dei ceti sociali più sofferenti. “Versions” continua il film mentale con l’incedere dub, illuminandosi nella solare “Let In The Light” che introduce l’utilizzo del vocoder, novità di questo disco, che li caratterizzerà anche negli anni a venire, distinguendoli ulteriormente. Proprio come i Kraftwerk fecero al tempo dei grandi fasti dell’elettronica, ma Gernot Bronsert ne rinnova l’utilizzo in modo del tutto personale, in un’inconsueta tonalità umanoide e molto più grave.
Dalla lineare e emblematica “Therapy”, passando per la sinestesia techno di “Milk”, l’incursione intima di “Gita” e il soul sintetico di “Damaged Done”, con echi addirittura dei Japan di David Sylvian, fino alla conclusiva “This Time”, e il crepuscolo di “Last Time”, pubblicata come singolo, il disco non presenta pezzi deboli e conferma le qualità del primo Lp, pur non arrivando a essere altrettanto geniale e incisivo. In termini commerciali, è un assoluto successo, e li riporta in tour per tutto il 2014. E’ ormai un brand riconoscibile un po’ ovunque, e percorre l’Europa dalla Scandinavia alla penisola iberica, passando per la Polonia, la Francia, e l’Italia, questa volta a Milano, ai Magazzini Generali, e in altre regioni del centro.
Mentre i Modeselektor partecipano sornioni alle Boiler Room, Apparat, dopo la notorietà ulteriore che gli concede, soprattutto in Italia, la prestazione per Martone, comincia delle tournée con il proprio gruppo di musicisti, impostazione che manterrà fino al 2021. Con Live Soundtracks, show del 2015, che lo porta a Roma, Napoli, Milano e Torino, Apparat torna a prediligere la colonna sonora, mentre una tantum si concede anche come dj per diversi club; non a caso viene proprio nelle Marche di Leopardi, dove i ragazzi di Harmonized Soundystem e la numerosa crew FATFATFAT sono riusciti a portarlo più volte dal vivo, in un territorio spesso a circuito chiuso e un po’ ristretto come quello del maceratese.
Rispetto alla visibilità che riesce ad avere Apparat, i Modeselektor preferiscono rimanere con i piedi a terra nella loro patria, ma d’altronde sono due caratteristiche che li rendono complementari.
In “Finder” la sperimentazione con le voci risulta proprio l’elemento vincente; non male “Reminder”, che dà il suo meglio dal vivo, però il disco nel complesso non riesce a bissare il predecessore, ed è molto lontano nell’esito rispetto al primo. La geometria questa volta è isoscele, ed è molto spostata verso il fare melodico e pastellato di Apparat, se non fosse per la sperimentazione vocale di Bronsert (Apparat se ne approprierà nei suoi album solisti).
Ciò non toglie ai tre l’opportunità di potersi confermare per qualche altro anno con le esibizioni dal vivo, e questa volta riescono a far arrivare le loro frequenze oltreoceano, con un tour che li porta da New York a Vancouver, passando per Chicago e altre metropoli. A Seattle partecipano alle esibizioni di KEXP per il loro canale YouTube, e anche da questa performance appare chiaro che, nonostante il tour americano sia molto impegnativo, la loro formula risulta ancora molto itinerante, e la loro proposta non si è affatto esaurita.
Proprio nel 2016 pubblicano infatti Live, in cui mettono su long play la tracklist del tour.
Inoltre, Apparat riesce in seconda linea a portare avanti la sua attività nel cinema, componendo le musiche di Capri Revolution, sempre diretto e co-sceneggiato da Mario Martone, che accompagnano le vicende di una giovane isolana e la sua attrazione per una comune di artisti freak provenienti dal Nord Europa, insediatasi proprio a Capri. La colonna sonora viene composta insieme a Philip Thimm e gli vale il David di Donatello.
All movements and gestures are precisely predetermined (…). All that remains is the hope of a world behind mirrors where everything physical transcends. The hope of escaping the relentless spiral at some point
Un’uscita su mixtape nel 2021 sembra quantomeno insolita, vintage, quasi per amatori. Ma forse è un gesto simbolico, un richiamo visivo alla cassetta, al nastro. Forse si riferiscono proprio a quei nastri magnetici del loro vecchio Roland, che con i loro echi li hanno portati dal Checkpoint Charlie ai palcoscenici mondiali. Viene in mente la melodia con cui si chiude un certo “Radio-Aktivität” dei Kraftwerk, ma forse è meglio lasciare Ralf e Florian al loro posto, al fine di non bruciare la creatività dei Moderat nell’hype sconsiderato.
Il 15 ottobre del 2021 i Moderat hanno infatti lanciato una tournée per il 2022 che farà tappa anche in Italia. Il live show è MORE D4TA, e ricomponendo l’anagramma si ottiene proprio Moderat IV.
Che sia forse arrivata l’ora di “riavvolgere il nastro”?
Sembra proprio così, visto che nella primavera del 2022, proprio con il titolo MORE D4TA, vede la luce il quarto lavoro dell’ensemble teutonico. Il periodo pandemico e la stasi artistica imposta hanno portato i tre artisti a riflettere sul vero significato che si cela dietro al continuo flussi di dati che regola la società odierna.
L’album, come accaduto nei celebri predecessori, è in grado di creare emozioni tensive grazie a miscele elettroniche che includono ingredienti techno, IDM, ambient, nonché kraut-rock, dubstep e trip-hop, un composto che ha il pregio di mostrare quali potrebbero essere le prospettive della musica pop del futuro.
La media qualitativa della track list è decisamente alta, pur non annoverando al proprio interno capisaldi al livello di “A New Error”, “Rusty Nails” o “Bad Kingdom”.
Il bouquet di tessiture sperimentali è cesellato dalla voce di Sascha Ring, coautore di tutti i testi con la regista italo-germanica Elisa Mishto.
Con l’eccezione della trascinante “Neon Rats”, i pezzi non ammiccano alla dance più spregiudicata: “Soft Edit” scivola dolcemente sulle onde del vocoder, mentre “Copy Copy” s’agghinda del sublime minimalismo à-la Frank Ocean, in attesa che “Easy Prey” porti a un livello successivo la fusione tra l’electro art-rock dei Radiohead periodo “Kid A” / “Amnesiac” e il trip-hop dei Massive Attack.
Tra i passaggi migliori sono da annoverare le assennate misture synth-industrial di “Numb Bell” e il simbolico chiarore emanato da “Fast Land”, una traccia a combustione lenta che cresce alimentandosi di estrose melodie elettroniche.
MORE D4TA non regala solo una nuova testimonianza proveniente da esponenti della più raffinata elite elettronica tedesca, ma impone anche uno spunto di riflessione su quanto accaduto in tempi recenti, dove l’isolamento e l’inondazione mediatica di informazioni sono purtroppo diventati un rumore di fondo permanente, un anfratto dove l’approvvigionamento di dati sugli usi e le consuetudini della popolazione mondiale ha letteralmente sopraffatto arte e cultura.
Necessitano ulteriori quattro anni per vedere invece riemergere il marchio Apparat, con Sascha Ring che prova a tirarsi fuori da un lungo blocco creativo. A Hum Of Maybe segna la ripartenza affidandosi in parte alle certezze di un artigianato di grande spessore e proponendo una serie di spunti da mettere a fuoco. A mettere in chiaro la situazione fin dal primo ascolto è la mancanza di un’idea forte, di coesione nello sviluppo della sequenza delle tracce. Gli ingredienti di sempre ci sono ancora, l’elettronica è scintillante e ingloba con precisione millimetrica la componente strumentale, la voce sa incastrarsi adattandosi all’atmosfera prefissa, passando dall’ambient pop enfatico di “Tilth” – condivisa con KÁRYYN – alle cadenze downtempo/cameristiche di “Enough For Me”.
Tra i tentativi di trovare direzioni nuove emergono episodi meglio agganciati al passato, non a caso i capitoli più efficaci del lotto. È il caso di “Hum Of Maybe”, dell’ intersezione sapiente di melodia e breakbeat di “A Slow Collision” e della magnetica “An Echo Skips A Name”.
Ne viene fuori un album di transizione, di certo non annoverabile tra le cose migliori firmate dal musicista tedesco, ma tenuto ben al di sopra della sufficienza da una capacità compositiva brillante, quella che ha reso Ring un caposaldo del verbo elettronico, e da una produzione priva di sbavature.
| MODERAT | ||
| Auf Kosten der Gesundheit (BPitch Control, 2003) | 6.5 | |
| Moderat (BPitch Control, 2009) | 8 | |
| Moderat II (Monkeytown Records, 2013) | 7.5 | |
| Moderat III (Monkeytown Records, 2016) | 7 | |
| Live ( Records, 2016) | 7 | |
| MORE D4TA (Monkeytown Records, 2022) | 7 | |
| MODESELEKTOR | ||
| Hello Mom! (BPitch Control, 2005) | 6 | |
| Happy Birthday! (BPitch Control, 2007) | 7 | |
| Monkeytown (Monkeytown Records, 2011) | 7.5 | |
| Who Else (Monkeytown Records, 2019) | 5 | |
| Extended (Monkeytown Records, 2021) | 6.5 | |
| APPARAT | ||
| Multifunktionsebene (Shitkatapult, 2001) | 6 | |
| TTTrial and Eror (Shitkatapult, 2002) | 5.5 | |
| Duplex (Shitkatapult, 2003) | 6 | |
| Walls (Shitkatapult, 2007) | 7 | |
| The Devil's Walk (Mute, 2011) | 7.5 | |
| Kring und Frieden (Mute, 2013) | 7 | |
| LP5 (Mute, 2019) | 6 | |
| Capri Revolution (Apparat Soundtracks I) (It's Complicated Records, 2020) | 7 | |
| Soundtracks: Stay Still (It's Complicated Records, 2020) | 6.5 | |
| Soundtracks: Daimonen (It's Complicated Records, 2020) | 5.5 | |
| Soundtracks: Equals Sessions (It's Complicated Records, 2020) | 6 | |
| A Hum Of Maybe (Mute, 2026) | 7 | |
| ELLEN ALLIEN & APPARAT | ||
| Orchestra Of Bubbles (BPitch Control, 2006) | 7.5 |