Apparat

The Devil's Walk

2011 (Mute) | elettro-pop

La camminata di Satana verso l'incontro/scontro con la politica: da un opera di Shelley prende vita e si sviluppa, in un assolato Messico, l'embrione del nuovo lavoro di Sascha Ring.
Il caso vuole che il poema nasca sull'onda delle proteste per la carenza di cibo in Devon, da dove proviene proprio l'alter ego inglese di Apparat, James Holden. La geografia, si sa, non è un'opinione.

Un dream-pop scandinavo ci introduce in quello che si appresta a essere un viaggio onirico alla riscoperta di dimensioni anticamente nuove: "Sweet Unrest", i Mum secondo Apparat, è il primo passo di Belzebù. "Song of Los" ci riporta a "Walls": la calda voce di Sascha, i vecchi bassi a cui ci aveva abituato, un andare cadenzato, che cade, si rialza, si strascica, commuove. Frattali d'inizio '800.
Il producer tedesco di stanza a Berlino continua a prenderci per mano; il suo è un condurci regolare, non sono previsti sussulti, scorre silente "Black Water", impura, che non lascia macchia.

Direttamente dal cilindro della sua Shitkatapult si attinge da "Lovetune For Vacuum" di Anja Plaschg (Soap & Skin): la collaborazione in "Goodbye" è eterea e sospesa ma non aggiunge niente a ciò che il genio della cantautrice austriaca non avesse già partorito due anni fa.
Turbolenza in vuoti d'aria in "Candil De La Calle", chesovrappone archi soffusi a ritmiche schizofreniche, amalgamando il tutto con la solita bellissima voce di Sascha Ring: sfuma piano piano come la nebbia mattutina, nell'istantanea più suggestiva della scampagnata demoniaca.

In un tintinnio di xilofono, con un allarme laser in background, "The Soft Voices Die" ci culla fino a un incalzare di archi suggestivamente epico, si cavalca grazie alle percussioni e poi di nuovo faccia a faccia con Apparat: pezzo in stile Sigur Ròs, che ammalia alacremente.
Il confronto a quattr'occhi riprende in "Escape",mimica inespressiva e contributo decisamente da skip: ci ritroviamo dunque immediatamente coinvolti in una fuga, disegnata in "Ash Black Veil" da un ronzio di chitarre, un'interpretazione à la Thom Yorke, lo scalpiccìo dei piedi sul marciapiede nella ritmica.
Spirale avvolgente di fiati e falsetti, "A Bang In The Void" ipnotizza, prendendo il comando dell'andamento: si chiude con mandolino e la solita struggente voce, "Your House Is My World", riflessione a svanire del viaggio demonico di Apparat.

Nel percorso inverso che da attuatore individuale porta alla comunità di una band, per chi lentamente abbandona dancefloorper palchi, la rivoluzione non è radicale ma subisce il passato radicato. Apparat lega i pezzi come molecole di idrogeno e ossigeno, formano elemento vivo, ma ad esso fa difetto la componente carbonica di briosa freschezza: eleganza melanconicamente diffusa, ricerca non pervenuta. Piacevole, ma non indispensabile.

(19/10/2011)

  • Tracklist
  1. Sweet Unrest
  2. Song Of Los
  3. Black Water
  4. Goodbye
  5. Candil De La Calle
  6. The Soft Voices Die
  7. Escape
  8. Ash/Black Veil
  9. A Bang In The Void
  10. Your House Is My World
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