Miyuki Furtado, Laura e Jennifer Rogers sono le Roger Sisters, trio di base a Brooklyn che s'inserisce di diritto nel calderone del revival new wave, prodigandosi di richiamare alla mente sia monumenti post-punk come Gang Of Four e X-Ray Spex, sia folletti sbizzarriti come i B 52's, ma non disdegnando qualche raccordo con nomi più recenti e di tutt'altra sponda come quello, ad esempio, delle Breeders. Due lavori già all'attivo e una buona fama conquistata, in tutto e per tutto confermata da questo "The Invisible Deck" che nei suoi 10 brani fa registrare un'ispirazione invidiabile, oltre che un netto miglioramento sia in fase compositiva (tutti i brani hanno dalla loro una discreta personalità), sia in fase esecutiva, con le tre "sorelle" a macinare impasti sonori che non mostrano alcuna sbavatura.
Si parte, quindi, con lo stomp galvanizzante di "Why Won't You" e si procede con la scodinzolante e vagamente "poppy" "Never Learn To Cry", per poi immergersi nella contagiosa innodia di "The Light". Non ci sarebbe bisogno di molto altro per riconoscere al trio la loro fetta di gloria sfuggente, viste le lodi che troppo spesso si sprecano per band infinitamente più insulse e mediocri. D'altra parte, anche canzoni apparentemente normali subiscono trattamenti adeguati affinché escano dall'anonimato e camminino a testa alta (gli improvvisi e fumiganti mulinelli distorti che detonano l'andazzo svaccato di"Money Matters"). Quanto alle radici, l'isteria post-punk è sferragliante in "The Conversation" e intrigante e on speed in "The Clock", che, quanto a disimpegno catchy , fa il paio con la successiva "You Undecided", invero meno seducente.
Mentre, poi, la palpitante "Emotion Control" si perde in una coltre di distorsioni, "Your Littlest World" e "Sooner Or Later", i brani più lunghi del lotto, alzano il vessillo di un ritualismo ipnotico e vagamente solenne che è l'emblema di una band desiderosa di non raschiare il fondo del barile. E se la prima ascende, in processione, verso una rumorosissima coda chitarristica (in cui il feedback gioca a farsi melodia), la seconda, invece, pulsa atmosferica per più di otto minuti, mentre il feedback aspetta, questa volta, il suo turno come un minaccioso killer dei bassifondi.
02/11/2006