120 Days

120 Days

2007 (SmallTown SuperSound) | electro-wave

I 120 Days sono quattro ragazzi di Oslo, dirottati stilisticamente verso la Londra oscura ed elettrica della terza ondata post-Kraftwerk, post-Neu!. Niente a che vedere con quel trend acustico puramente norvegese che trae dalla genetica quiete sensoriale e da una spiccata spiritualità geografica le proprie coordinate strutturali, i 120 Days hanno più che altro una forte propensione alla divagazione spaziale del rock, e non pastorale come vorrebbe far credere l'anagrafe.

Afferrate, quindi, una manciata di elementi post-punk inglesi, sintetizzati nell'ombra dei circoli alternativi dei primi anni Ottanta, e proiettateli sugli schermi indipendenti dei nostri giorni: otterrete un'immagine retrofuturista molto sfumata, la stessa che ogni anno cerca di mostrare le nuove promesse di un indie-rock elettrificato al buio, tra reminiscenze kraut e deja vù spaziali. Un'ondata magnetica di frequenze multiformi, una "vocina" trendy in supporto alle variazioni del synth e un metronomo voltaico che tanto ricorda gli sperimentalismi percussivi di Klaus Ginger (ascoltate la conclusiva "I've Lost My Vision").

Tutto già sperimentato, tutto già consumato, eppure se ci affidiamo alle sole linee melodiche, come è giusto che accada per ogni rivisitazione stilistica che si rispetti, senza imbatterci eccessivamente in parallelismi scontati e devianti, il disco pulsa con ottime sequenze armoniche. Cerchiamo di capire, quindi, dove la ripresa ha giocato bene le sue carte e dove ha evidenziato carenze di spunto.

Basta aprirsi all'underworldiana "Come Out, Come Down, Fade Out, Be Gone" per intendersi con l'amperaggio intenzionale dei ragazzi: drum machine petulante, vortici sintetizzati, e quel richiamo morboso all'ugola synth-pop di Bernard Summer. Il disco è zeppo di monocromatiche sfumature dark, cerca di evolversi in ogni suo singolo episodio attraverso le rotazioni del synth e disperdersi ulteriormente in una nube di dissonanze cicliche.
Una formula che è balzata ai vertici delle classifiche norvegesi in pochissimo tempo, creando una sorta di fenomeno localizzato sorprendente. Questa inconsueta sintonia electro-wave di nicchia/top of the pop ha destato parecchio interesse nella critica europea, in sostanza si cerca tuttora di capire l'insolita attrattiva norvegese verso questi canali, apparentemente distanti dalle antenne medie dell'ascoltatore occasionale.

Quando arrivano le cavalcate space-dark, "C-Musik" su tutte, viene voglia di mettersi l'animo in pace e stroncare il tutto con una semplice affermazione: "Emulazione inopportuna", poi, gradualmente, il quartetto si rimette in carreggiata, e sforna una serie di godibili cantilene, quali "Keep On Smiling", o "Lazy Eyes", tuffandosi con modestia nel synth-pop di stampo rock ("Get Away") con la consapevolezza di chi rimodella per il semplice gusto di avanzare qualche motivetto trascinante, senza osare espansioni e sperimentalismi contorti.

Quest'esordio è, in definitiva, un'onesta ripresa della dark-wave elettrica più accessibile, forse verrà congedato con un malinconico "c'era una volta, ma ora non c'è più..", ma a noi piace interpretarlo come il sogno di un'insolita sera di una mezza estate tutta norvegese.

(24/06/2007)

  • Tracklist
  1. Come Out (Come Down, Fade Out, Be Gone)
  2. Be Mine
  3. C-Musik
  4. Sleepwalking
  5. Get Away
  6. Keep On Smiling
  7. Lazy Eyes
  8. Sleepless Nights #3
  9. I've Lost My Vision
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