Non basta il rumore; non basta il caos. Non puoi inventarti l’apocalisse di punto in bianco: devi averla dentro. Non è una questione di sound, né mero problema stilistico o estetico; è qualcosa di più profondo che con la musica ha a che fare fino a un certo punto. Per raccontare la devastazione devi farti rovina; per essere devastante devi prima farti devastare. Questa è la lezione di band, diversissime tra loro, che non a caso hanno lasciato il segno nella storia del rock: dai Red Crayola ai Metallica, dai Sonic Youth ai Jesus Lizard, dai Neurosis ai Girls Vs Boys; solo per citare i primi nomi che vengono in mente.
La stessa lezione sembra, purtroppo, non essere servita agli Austerity Program, duo ultraminimalista di stanza a New York (il basso di Thad Calabrese, la chitarra di Justin Foley il quale sporadicamente si esibisce anche al microfono, e una drum machine; questo è tutto ciò che gli è servito per metter su il loro esordio), che pesca stilisticamente a destra e a manca, ma che non trova la giusta miscela.
E dire che gli elementi per fare un signor disco ci sono tutti: una chitarra stridente e corrosiva, una drum machine pirotecnica e impetuosa, un basso cupo e caracollante. Sospeso tra metal e noise, tra post-rock e hardcore, "Black Madonna" scorre via tra clichè abusati e passaggi stantii (l’estenuante "Song 16" che chiude il disco, mi si perdoni la franchezza, è davvero un capolavoro di banalità).
L'album si pone come asettica e frigida rappresentazione di una (dis)umanità sull’orlo della capitolazione, ma la violenza sonora sembra essere costruita a tavolino. Tanti effetti speciali, insomma, e poco sudore, nonostante i dieci anni di gestazione del lavoro.
Non si può escludere, tuttavia, che il disco possa esercitare un certo fascino su gli amanti di talune, estreme, sonorità.
24/12/2007