Bobby Conn

King For A Day

2007 (Thrill Jockey) | glam, rock opera

Chissenefrega dell’imperante moda anni 80. Chissenefrega dell’indie-pop, del post post-rock, della blog generation. E che il diavolo si porti l’elettronica per laptop, i dischi registrati dalla cameretta di casa, dal gabinetto in caso di condivisione. Bobby Conn è sempre più avulso, sagoma rigurgitata dagli scarti di pellicola di “Velvet Goldmine”, artista virtuoso, barocco, ridondante, luccicante. Bobby Conn è un trucco promiscuo. Come la sua musica, che flirta con tutto quello che fu e che non è più, che sprizza non-hype da ogni poro, che tiene alla larga gli affamati di nuove tendenze, i nostalgici del grunge, i darkettoni mai pentiti, e via tutti gli altri, avanguardisti di prima e ultim’ora annessi. Ma lui è così, lo sappiamo. Solo che lo squarcio che già lo separava dal mondo viene afferrato dai lembi, lacerato, reso più profondo, evidente, uno striptease senza i sacri crismi, kitsch e sguaiato come si conviene. Perché quello che conta è la stoffa, e beato chi la sa riconoscere. Gli altri? Chissenfrega, appunto.

Lo avevamo lasciato nel mare magnum funky-glam-rock di "Homeland", tre anni fa, e il tempo non deve averlo aiutato a riconciliarsi con noi umani, se assistiamo attoniti al perpetrarsi di un ulteriore strappo che non pensavamo ragionevolmente possibile. “I was king for a day”, declama Robert Robert dal suo rifugio di sette note (tranquilli, non è un refuso, poiché il nostro si fregia del doppio nome di battesimo), come se ci sussurrasse frasi sconclusionate dall’universo parallelo, dalla storia infinita di un cartone animato in cui egli è l’unico, incontrastato protagonista. “King For A Day” è una rock opera, cinematografica al punto da prestarsi per intero alle riprese del regista d’origini irachene Usama Alshaibi, che con tecniche obsolete (una cinepresa anni Settanta, ça va sans dire ) ne immortala l’estetica traccia dopo traccia. Per il momento dobbiamo accontentarci del video della title track , una cascata soft-porno che pare uscita direttamente dal 1972, in tinta con l’ombretto azzurrato del nostro, e con la delicata ballata retro pop che lo musica.

E il resto, si dirà? Immaginate Robert Fripp che, messo alle strette dalla repentina defezione di Adrian Belew, decidesse di affidare a Final Fantasy le chiavi vocali dei King Crimson, avocando a sé arrangiamenti e chitarre. Fatto? Beh, questo al massimo servirebbe per decifrare l’imperiosa cavalcata di “Skining Ship” (un outtake di “Red”, crimsoniana tout court ), o le evoluzioni da guitar hero che inframmezzano “Anybody”, ma non tutto il resto. Chitarroni dunque, e non si direbbe ad ascoltare l’ incipit di “Vanitas”, che è un narcolettico midtempo psichedelico di stampo Air, cui però fa seguito un momento di crescendo coristico à-la Sparks che caccia dritta nel cuore del brano una proditoria schiuma heavy, spenta sul finire da un ambientale cinguettio d’uccellini: otto minuti che non si possono spiegare se non nell’ascolto e che sono il bignami dell’album. Insomma, siamo all’hard-prog, cantato per giunta in latino.

Ma chi sì è prudentemente allacciato le cinture è destinato a tornare su sui passi: “When The Money’s Gone” e “King For A Day” sono due deliziose pop-song che più quiete non si può, che ci guidano agli archi barocchi del bolero strumentale “A Glimpse Of Paradise”, scoprendo le carte colorate della glamorous “Love Let Me Down”, ennesima composizione del repertorio che susciterà l’incondizionata invidia di Steve Harley & Cockney Rebel, ma che farà fischiare le orecchie anche ai Pulp di “Different Class”, prima di declinare in una marcetta di emanazione beatlesiana. Un’aura psichedelica early Seventies si appropria di “Twenty One”, e i suoi fiati screziati di jazz riportano alla black-music disseminata nel precedente “Homeland”, mentre "(I'm Through With) My Ego” comincia morbida per esplodere in una pioggia abrasiva di chitarre old style. Chitarra che chiosa virtuosismi sui dinoccolati gorgheggi di Bobby anche in coda a “Mr. Lucky”, che fino a quel momento passeggiava lieve, con una voce femminile, su un pop in odore di Belle & Sebastian.

Si chiude con “Things”, componimento per piano e falsetto a immortalare la classica American ballad anni Settanta, la sfavillante babilonia di un bell’album, tanto variegato che finirà forse con l’accontentare pochi. Ma Bobby pare non essere il tipo da curarsene e, a dirla tutta, nemmeno chi vi scrive.

(08/01/2007)



  • Tracklist
  1. Vanitas
  2. When The Money's Gone
  3. King For A Day
  4. A Glimpse of Paradise
  5. Love Let Me Down
  6. Sinking Ship
  7. Twenty-one
  8. Punch The Sky!
  9. Anybody
  10. (I'm Through With) My Ego
  11. Mr. Lucky
  12. Things
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