Recensire positivamente un album progressive-rock recente può essere pericoloso per la propria credibilità. Non basta appigliarsi alle parentele con la musica da camera, né rivendicare l'appartenenza dell'album in questione alla corrente avant-prog, da tempo considerata dalla critica molto più accettabile del progressive rock nudo-e-crudo. Perché "Endangered" va a ripescare proprio lo stile del più vituperato dei gruppi progressive: gli Emerson, Lake & Palmer. E' vero che di riferimenti se ne sentono anche tanti altri, dagli Univers Zero ai Thinking Plague. Ci sono pure le contorsioni violoncellistiche alla Tom Cora, ma non c'è niente da fare: quest'album puzza terribilmente di muffa.
Che significato ha, quindi, consigliare un disco che potrebbe tranquillamente essere uscito trent'anni fa? Che, se fosse uscito allora, chiunque avrebbe gridato al miracolo, e ora se ne parlerebbe come di qualcosa di mitico. "Endangered" è fermo a trent'anni fa, ma non è il clone di nessuno, e contiene pezzi tra i più entusiasmanti che il rock progressivo abbia regalato.
Interamente strumentale, l'album è una lunga suite dark-prog altamente percussiva e atmosferica. Di chitarra manco l'ombra: il peso di un suono così denso e stratificato è retto interamente da basso, violoncello, batteria e soprattutto dall'onnipresenza di pianoforte e organo. Proprio il dialogo serrato tra le tastiere e gli altri strumenti è l'elemento-perno dell'intera composizione: le voci continuano a passare da uno strumento all'altro, e tempo che il tema è arrivato a uno strumento, quello che l'aveva prima sta già accennando il prossimo. Un raffinatissimo bilanciamento di pesi e contrappesi modifica continuamente l'architettura del suono, con gli strumenti che si alternano incessantemente nella conduzione della linea melodica principale. Ora il basso è in primo piano, con dietro il piano che lo incalza e il violoncello a bordone sullo sfondo, ma tempo una battuta, e senza la minima possibilità di accorgersene, il basso se ne è tornato nell'ombra e il violoncello è sopra a tutto ad arrampicarsi in un ghirigoro su qualche scala di cui nemmeno si sospettava l'esistenza.
Insomma, la classica proggheria tutta virtuosismo e niente sostanza? No, no e poi no. I Far Corner non sono il solito "gruppo di virtuosi", sono un "gruppo virtuoso", una macchina compattissima dove non esiste che ognuno se ne vada per i fatti suoi e si metta in mostra. Ogni sedicesimo è al servizio dell'inarrestabile flusso dell'album, senza un solo momento morto, senza un istante per rendersi conto che si è già arrivati alla fine del disco.
La jazzata "Not From Around Here" è l'unica traccia che allevia la tensione del disco. La rimanente parte è permeata da un umore scurissimo e inquietante, magistralmente creato sulle frequenze basse dagli strumenti che non sono occupati in prima linea a stregare l'ascoltatore con i loro intrecci melodici. Il pianoforte è spesso impegnato su due fronti: da una parte dirige l'andamento delle voci soliste sul campo di battaglia, dall'altro sferra colpi ritmici a base di accordi in combutta con quella divisione corazzata che è la batteria, gettando il terrore nelle retrovie dell'ignaro nemico.
Il quadro che ne esce è frastornante: fuoco e fiamme melodiche che impazzano in primo piano, arroventate e alimentate da un battaglione che nel frattempo si dedica a fragorosi bombardamenti a tappeto. Quello che parrebbe scaturire da migliaia di combattenti è invece creato da sole quattro persone coi loro strumenti musicali!
La conclusiva title track si articola in venti minuti, e si concede arabeschi di tromba e ampi spazi atmosferici, in cui gli strumenti si dedicano a improvvisazioni free-form che col loro crescendo rendono la musica suspence allo stato puro. Sicuri che il progressive-rock abbia esaurito trent'anni fa tutto quello che aveva da dire?
13/04/2007