Simone White

I Am The Man

2007 (Honest Jons) | songwriter

Se su un vocabolario si cerca la definizione della parola ossimoro, si potrà leggere una frase di questo tipo: “forma retorica consistente nell’accostamento paradossale di due termini contraddittori”.

In tutta onestà, a un primo distratto ascolto, un disco come “I Am The Man” di Simone White appare quanto mai lontano dalla succitata definizione, poiché la musica di questa minuta cantautrice, nata alle Hawaii ma residente in California, risulta essere interamente attestata su sonorità morbide e lievi, sovente permeata da conturbanti e talora insospettabili “malizie”, ma in ogni caso difficilmente ascrivibile, limitandosi a considerarne melodie ed arrangiamenti, a un ambito caratterizzato da forti paradossi o contrasti.

Tuttavia basterebbe prestare un po’ d’attenzione agli sferzanti attacchi alla società americana che si susseguono copiosi nei testi e all’impietoso sarcasmo che non risparmia nessun tema, nemmeno quello dell’“elegiaco” amore, per realizzare presto che dietro all’ammiccante candore nella voce di Simone e alla levità nelle melodie dei suoi brani non si nasconde l’ennesimo ibrido tra Lolita e Biancaneve: la White dimostra infatti, grazie alla sua scrittura brillante e incisiva, di possedere una personalità sì aggraziata, ma allo stesso tempo decisa e coraggiosa, e man mano che gli ascolti si susseguono inizia a farsi strada la crescente e vivida consapevolezza di un contrasto mirabilmente architettato, dove in maniera arguta i graffianti testi e le vellutate melodie si contrappongono in una rappresentazione tragico-gentile, sotto lo sguardo piuttosto divertito della stessa regista. 

Dopo un esordio in punta di piedi, passato inosservato ai più, Simone White, la cui vita vissuta in una famiglia di artisti e bohemien potrebbe essere il soggetto ideale per un romanzo, si lancia nella sua seconda prova sulla lunga distanza a testa bassa, senza cercare compromessi e senza nascondersi dietro premesse illusorie, con una ben precisa dichiarazione d’intenti evidente già nella stessa scelta della title track: “I Am The Man” è infatti una canzone di protesta contro una società di oligarchica, egoistica opulenza, della quale la nostra non nasconde di fare parte, sottoponendosi a una dura e amara autocritica (“I used to be angry at the Man, the one with the big frying pan, [...] but I am the Man, I am the Man”).
Le tematiche socialmente impegnate, con le feroci critiche al sistema e alla società americana (“The American War”, “Great Imperialist State”), e i dolorosi racconti di (dura) vita vissuta (“Mary Jane”, “We Used To Stand So Tall”) vengono tuttavia sempre presentate in una forma stilistica del tutto priva di asperità, rendendo l’atmosfera distesamente leggera e pacatamente solare.

L’album, inoltre, seppur caratterizzato in prevalenza da tematiche “forti” e da testi piuttosto diretti, non manca di passaggi di delicata intimità, ma anche in questo ambito la prospettiva viene volentieri ribaltata, arrivando addirittura a fare sarcasticamente il verso a quei soggetti amorosi tipici di buona parte della tradizione musicale mainstream, come nella cover di Carole King, “I Didn’t Have Any Summer Romance”.

Ciò nonostante, Simone White si rivela (e anche in tale contrasto risiede il sottile fascino di questo lavoro) una raffinata scrittrice di canzoni d’amore, tanto che queste rappresentano probabilmente i momenti più intensi ed emozionanti dall’album (“Roses Are Not Red”, “Sweetest Love Song”). Canzoni romantiche che, in ogni caso, non scadono mai nello scontato, nel banale, e non si avvalgono delle solite fruste e trite figure retoriche, mostrando invece un utilizzo originale (o quantomeno non usuale) degli strumenti linguistici, come evidente ad esempio nel mirabile e tenero testo di “The Sweetest Love Song”: “You are the sweetest love song in the world and I might not remember every word, but you’re the best melody I ever heard”.

Dal punto di vista musicale, abbandonata la vena marcatamente “jazzy” e piuttosto classica dell’esordio, la White, accompagnata dai suoi fidi collaboratori (che la coadiuvano anche in sede di scrittura), si concede uno stile più scarno e personale, basato sulla levità di pochi strumenti portanti, che oltre alle delicatezze acustiche della chitarra, includono sinuosi fraseggi di pianoforte ed eleganti inserti di batteria, sapientemente misurati all’insegna del “less is more”. Su tutto spicca la flebile e quasi infantile voce di Simone che, seppur non particolarmente dinamica, coinvolge l’ascoltatore senza mai annoiarlo, trasmettendogli un intenso quanto inusitato calore.
Prodotto a Nashville da Mark Nevers (Lambchop), “I Am The Man” è un album policromo, dove le sfumature negli arrangiamenti dei singoli brani riescono a fermare paesaggi emotivi in origine anche simili tra loro, creando tuttavia ogni volta un nuovo e originale bozzetto sonoro: i tredici brani che lo compongono trascorrono in uno stato d’animo sempre teso e partecipe, facendo dell’ascolto di questo lavoro un’esperienza auditiva del tutto appagante ed appassionante.

Peccato solo che, nonostante la inattesa visibilità regalatale da “The Beep Beep Song”, inaspettatamente finita a fare da colonna sonora allo spot di un’automobile, Simone White non sia riuscita a raggiungere la notorietà e il successo che meriterebbe chi, come lei, pur senza essere particolarmente innovativa, con questo “I Am The Man” è stata comunque in grado di regalare alla musica cantautorale un vero gioiello di eleganza minimale, oltre che un toccante racconto di vita.

(19/03/2008)

  • Tracklist
  1. I Didnt Have Any Summer Romance 
  2. Worm Was Wood
  3. The Beep Beep Song
  4. The American War
  5. Roses Are Not Red
  6. Great Imperialist State
  7. Mary Jane
  8. You May Be In The Darkness
  9. Sweetest Love Song
  10. We Used To Stand So Tall
  11. Why Is Your Raincoat Always Crying?
  12. Only The Moon
  13. I Am The Man
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