John Zorn

Six Litanies For Heliogabalus

2007 (Tzadik) | math, dark-prog, avanguardia

Avrei dovuto consegnare questa recensione varie settimane fa. Un po' controvoglia, mi decido a farla una volta per tutte per "sbloccare" la coda di arretrati che si è accumulata nel frattempo. Come premessa non è molto invitante e me ne rendo conto, ma il fatto è che "Six Litanies for Heliogabalus" è proprio un disco pesante. Non che sia brutto, anzi! E' proprio che una persona sana di mente difficilmente ha voglia di risentirlo di frequente. D'altra parte, mi capita lo stesso anche con alcuni dei miei preferitissimi: certe opere, forse le più dense, necessitano del loro momento, di uno stato d'animo particolare per essere sopportate o apprezzate.

Dopo "Moonchild" e "Astronome", il quartetto Zorn-Patton-Dunn-Baron (noto appunto come "Moonchild") cambia assetto. In primis Zorn smette la veste di "direttore" puro e semplice per calarsi nuovamente nei panni del terrorista del sassofono. L'organico poi si estende a Ikue Mori e Jamie Saft, due nomi ben noti in casa Tzadik, e incorpora anche un piccolo coro di tre voci. Il suono scarno, fangoso e matematico di "Moonchild" acquista ulteriori tinte esoteriche, e il tutto tende a una dimensione molto più progressiva, quasi sinfonica.

L'aumento delle variabili in gioco per fortuna non satura eccessivamente il suono, che anzi si rivela costituito in egual parte da magma granitico e spazi vuoti. I latrati scomposti di Patton hanno un peso notevolmente ridotto rispetto ai dischi precedenti, diventando incursioni episodiche alla pari di quelle del sax di Zorn. A prendere il sopravvento sono invece le voci eteree del coro e il soffio vibrante dell'organo di Jamie Saft, sempre discreto e al posto suo, ma da solo responsabile di buona parte dell'atmosfera del disco e della sua compattezza sonora. Il propellente è ancora una volta l'eccezionale combo math-sludge Dunn-Baron, che si potrebbe definire come i Ruins 2.0: più veloci, più dispari, più fangosi, più martellanti.

I sei pezzi del disco sono dunque un flusso unico, un travaso alchemico di umori ancestrali. Atanor ribollenti di sali caustici e vetriolo, essenze celestiali che fuggono dagli alambicchi solo per mischiarsi con vapori mefitici e catramosi, provocando ora torpore, ora estasi, scatti d'ira, momenti di lucida efferatezza o repentina perdita del senno. Questa è l'opera al nero di Zorn e soci, un crogiolo rovente dal contenuto misterioso e affascinante quanto denso e ustionante.
Non un'opera per tutti i palati, e sicuramente non buona per tutte le stagioni. Probabilmente il suo posto più adeguato è da qualche parte su uno scaffale, o sepolto nel più profondo anfratto dell'hard-disk, deliberatamente tenuto alla larga dalle proprie orecchie. Perché questa è musica che scotta e corrode, penetra nelle budella e lascia le cicatrici.

(08/05/2007)

  • Tracklist
  1. Litany I
  2. Litany II
  3. Litany III
  4. Litany IV
  5. Litany V
  6. Litany VI
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