Eric Chenaux

Sloppy Ground

2008 (Constellation) | out-folk

Al nutrito contingente di gruppi post-rock che sin dagli esordi ne ha affollato le fila, la canadese Constellation ha da sempre affiancato alcune figure, all’apparenza marginali, di timidi songwriter e solitari folkster. Prima il misconosciuto Frankie Sparo, autore di tre album colpevolmente passati sotto silenzio, poi, in tempi più recenti, Sandro Perri (che svestiti i brumosi panni di Polmo Polpo si è scoperto amante di certo folk sixties a stelle e strisce) e Vic Chesnutt, che poco meno di un anno fa con lo splendido “North Star Deserter” riportava nuovamente su di sé gli onori delle cronache musicali. Accanto ad essi, Eric Chenaux (duttile polistrumentista di stanza a Toronto con frequentazioni che vanno dal post-punk al jazz sino all’improvvisazione) rilasciava nel 2006 “Dull Lights”, un lavoro di folk minimale impregnato di riferimenti alla tradizione americana, vagamente punteggiato da elementi glitch e sparute tensioni avant. 

Torna sulle scene oggi con questo “Sloppy Ground”, disco in cui giungono a maturazione alcune delle idee già in nuce nel suo predecessore e dove assieme il cantautore perviene ad una nuova, peculiarissima forma di ballad-song. Coadiuvato da una schiera di musicisti della scena di Toronto, che oltre ai canonici basso, batteria e violino suonano amplified melodica, synths, 5-string banjo, electric tenor banjo, electric echo harp, il Nostro da vita a una collezione di nove “beautifully fried love songs”, tutte mediamente lunghe, in cui a farla da comune denominatore sono la sua voce, sottilissima, a tratti quasi sfuggente e arrangiamenti minimalissimi, per quanto assai originali nel loro essere ostinatamente demodé.

Apre le danze una “Am I Lovely” in cui sparuti echi di Dirty Three lentamente si stemperano lasciando emergere una ballata tanto eterea e rarefatta, retta solo da voce e da pochi rintocchi di batteria, da apparire impalpabile. Segue “Love Don’t Change”: voce sottilmente soul in odore dell’ultimissimo Bill Callahan e una ritmica funkeggiante che presto lascia spazio ad un interminabile assolo di chitarra (memore certo delle frequentazioni jazz/impro del musicista). “Rest Your Daylights” è invece una ninna nanna che ricorda tanto il Vic Chesnutt di cui sopra quanto lo Sparklehorse più intimo, “Arms, Legs & Moonlight” è giocata su poche pennate di chitarra elettrica, voce avvolgente, batteria jazzata, arrangiamenti liquidi, mentre “Have I Lost My Eyes”, “Boon Harp” e “Old Peculiar” compongono un trittico di pezzi che idealmente si riallaccia alla tradizione della ballata scozzese delle Higlands.

Così “Have I Lost My Eyes” si apre come una fanfara medievaleggiante con tanto di batteria a mimare una marcetta e gli wah wah della chitarra che si prodigano in un nuovo, lunghissimo assolo, “Boon Harp” risulta quasi barocca pur reggendosi unicamente sugli intrecci di batteria e melodica, “Old Peculiar”, anch’essa forte di una linea melodica immediatamente riconoscibile, spiazza le carte giocando sugli effetti psichedelici delle chitarre, per quanto lievissimi. È poi la volta di “Dreaming of Stars”, forse il pezzo più canonico del lotto, una ballata trasognata in cui gli arrangiamenti calibratissimi degli strumenti dipingono scenari sonori vieppiù suggestivi e dell’eponima “Sloppy Ground”, che chiude il disco così come si era aperto, con poche note di violino e una voce quasi evanescente.

In fin dei conti un disco estremamente affascinante seppure di non facilissima fruizione, che necessita di ripetuti ascolti per essere appieno apprezzato, che forse paga in termini di monotonia (ma probabilmente è davvero questione di entrarci dentro con ascolti e riascolti) lo scotto di essere, in ogni singola nota, fuori dal tempo.

(22/07/2008)

  • Tracklist
  1. Am I Lovely
  2. Love Don't Change
  3. Rest Your Daylights
  4. Have I Lost My Eyes
  5. Arms, Legs & Moonlight
  6. Boon Harp
  7. Old Peculiar
  8. Dreaming Of Stars
  9. Sloppy Ground
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