Murder By Death

Red Of Tooth And Claw

2008 (Vagrant) | alt-country, cow-punk

Ecco un gruppo che ha la seria opportunità di uscire dalla solita cerchia di accoliti e ammiratori per giocarsi un ruolo di prima grandezza sul palcoscenico del rock alternativo. Sarà per il loro assetto stringato e minimale (chitarra, violoncello e batteria), che ricorda un po’ quello dei Morphine o per i densi concept narrativi che rivisitano il grand guignol del gotico sudista (e la lezione di Johnny Cash) seguendo il filo di citazioni più o meno colte (il moniker, dall’omonima commedia di Neil Simon, “L’Inferno” di Dante in “In Bocca Al Lupo” del 2006 e l’opera di Omero che, mediata dai western di Sergio Leone, fornisce lo spunto del presente “Red Of  Tooth And Claw”). Sarà perché la produzione di Trina Shoemaker (Queens Of The Stone Age) sembra fatta apposta per valorizzarne il passo scalpitante pur senza fiaccare la cavalcatura melodica. O perché ne hanno tutte le carte in regola e perché se lo meriterebbero.

Il quarto lavoro della band di Bloomington, Indiana, è un’odissea western-punk con Ulisse nei panni di un loser, piuttosto male in arnese e di ben poco ingegno, che si nasconde come può fra le pieghe d’un destino doloroso e fallace, e dove Itaca è solo l’ennesimo steccato di una vita di frontiera (e neanche l’ultimo, probabilmente). Una “sporca dozzina” che cavalca a perdifiato lungo un deserto punteggiato da una livida pioggia di sangue, cavalieri spettrali in sella ai loro ronzini d’Apocalisse, pistoleri che decimano le folle senza nome che i loro stessi destrieri calpestano, mentre l’orizzonte è un cimitero immenso e freddo che giace al lume bianco d’un sole esangue.

"Comin’ Home” si destreggia sui duetti fra la voce di Adam Turla (reminescente di Nick Cave e Glen Danzig) e la viola di Sarah Balliet (che si concede perfino un assolo western swing) che ingaggiano una forma inedita e ricercata di call and response, sostenuta da una metronomica, martellante gragnuola di cassa e rullante (notevole lo sforzo del batterista Dagan Thogerson).
A “Rum & Brave”, stomp ferroviario degno del trio di Mark Sandman, con quel suono vitreo e concavo come il fondo d’una bottiglia scolata e l’incessante sincopato che si produce in singhiozzanti stop’n’go, corrisponde “Steal Away” (per chitarra ribassata e un violoncello che alterna melodia e pizzicato).

All’occorrenza, comunque, il gruppo sa tenere a freno la sua indole selvatica e istintiva intrecciandola con una vena più classicheggiante: “Ball And Chain” e “Spring Break, 1899” sono due mirabili lieder da saloon, la prima con il suo incedere da cowboy-song (per piano e violoncello) inframmezzato di interludi da cabaret (charleston e bolero) e dai continui cambi di ritmo, la seconda, ancora più teatrale, un’aria solenne e melodrammatica da recital broadwayano.
Il pasodoble di “A Second Opinion” (con arrangiamento quasi da camera) e “’52 Ford” (ballabile e sincopato), il volenteroso omaggio a Ennio Morricone di “Theme” (trenodia western con crescendo di fiati da “deguello”) e la splendida “The Black Spot”, un blues gotico che, memore di Leadbelly nell’attacco (“My friend… My Friend… you were loyal and true/  ‘till that wretch of woman, well, she got you”), valicando le impennate marziali di chitarra e batteria, sfocia poi nel ritornello degno di Andrew Lloyd Webber.

Una salva di canzoni piuttosto riuscite che si fanno abbondantemente perdonare le tentazioni emo di “Fuego!” e l’ampollosa declamazione “springsteeniana” di “Ash”.

(28/03/2008)

  • Tracklist
  1. Comin' Home
  2. Ball & Chain
  3. Rumbrave
  4. Fuego!
  5. Theme (for Ennio Morricone)
  6. A Second Opinion
  7. Steal Away
  8. Ash
  9. The Black Spot
  10. '52 Ford
  11. Spring Break 1899
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