Runhild GammelsÆter

Amplicon

2008 (Utech Records) | avanguardia, vocalismo creativo

“Amplicon” è un esercizio di stregoneria, un massacro d’avanguardia rock che pone la strega Runhild Gammelsæter (Thorr's Hammer, Sunn0))), Khlyst) su uno dei gradini più alti della sperimentazione musicale degli ultimi anni.

Intenso, debordante, quasi insostenibile nella sua disperata devastazione, “Amplicon” (titolo che rimanda al processo attraverso cui un pezzo di Dna viene creato mediante procedure di amplificazione sintetica o naturale) enfatizza minuscoli brandelli di suono-rumore fino a creare prodigiose scenografie al confine tra dark-ambient, industrial degradato e luciferino vocalismo creativo.

Armata di stetoscopio digitale (!), chitarra, piano Rhodes, organo, Kaoss pad, music box e flauto, Runhild fa, comunque, leva sulla voce (baricentro oscuro e diabolico di questo abnorme sortilegio) per raccogliere intorno a sé un numero sproporzionato di eventi sonici, tutti brutalmente sfigurati da un radicale sconvolgimento simbolico.

Ipnosi torrenziale e nebulizzatrice di sofferenze, quest’opera monstre segna un ulteriore passo in avanti nello scavo interiore che, a partire dall’epocale “Frankie Teardrop” dei Suicide, il “rock” ha intrapreso sul suo corpo danneggiato. Così, giunta direttamente alla sorgente della morte, e indagatone, impavida, il mistero terminale, la musica, squassata ma non disintegrata, esce allo scoperto carica di preziose apocalissi dello spirito. Un collasso vivisezionato fino allo sfinimento, tra tornado di rumore bianco, turpiloqui neo-classici, allucinazioni desertiche, con tanto di accenti folk che non hanno altro compito se non quello di illuminare, anche se solo per qualche istante, la riva che il vascello fantasma si sta lasciando alle spalle (“Collapse - Lifting The Veil”).

La vita è un continuo mareggiare di eventi, un’infinita ascesa verso la perdizione. In una fusione di bisbigli, versi animaleschi e miasmi nefasti, la recitazione sibillina e gutturale scivola, in “Expanding The Universe”, dentro un raccapricciante inferno elettronico, liquefacendosi come carne infetta lasciata marcire al sole. Spazio e tempo non sono più coordinate, ma semplici strutture ridotte in poltiglia, macerate dal gelido vento che spira dalle regioni oscure della coscienza.
Oltre le finestre della casa infestata di spettri di “Life”, risuonano battiti sommessi e rantoli assassini, ninne nanne maligne e carillon che sbandano pericolosamente sull’orlo dell’abisso. Planiamo sgomenti su sghembi scenari isolazionisti strafatti di eco. Non una parola di conforto, non una carezza che possa trasmetterci calore o speranza. Solo una penombra di immagini sfatte che  scorrono dietro il muro degli occhi.

L’anima, allorché sconvolta, riconosce e conserva, tra le sue maglie intricate, brandelli di suono e rintocchi enigmatici, producendo pastiche deformi, poemi sonori assurdi proprio perché sinistramente “reali”. L’anima e la sua esplorazione come vicolo cieco. Perché, per dirla con Pessoa, siamo due abissi che si fissano: un pozzo e il Cielo (“Coming To”). Poi, la pena senza limiti di “Love” si inoltra tra i cespugli fiammeggianti della memoria dissolta, ridotta in mutante melma elettroacustica.

Runhild è l’attrice protagonista di una commedia “nera” in cui gli attori sono pazzi e il pubblico crede di non esserlo. Magma al vetriolo. Non disprezzare le proprie paure. E, allora, forse è questo l’assordante frastuono che giunge alle orecchie mentre si sta per esalare l’ultimo respiro. Forse è questo gioco di specchi tra ricordo e oblio che ci opprime. Forse è questa repentina ansia di conoscere le trame dell’esserci che annebbia la mente, spingendoci all’urlo come liberazione, all’auto-annientamento come affermazione ultima delle nostre inascoltate ragioni (“Dying”).

Sul sipario nudo di un’elettronica martoriata e annichilente, la voce diventa, quindi, l’unico personaggio possibile, la nostra unica probabilità di mantenerci nella presenza. Ma si tratta di un personaggio “doppio”, di un'entità scissa, ma di una scissione destinata a ritornare in eterno. Il salto verso l’esasperato espressionismo vocale di “Incubation” (in cui si palesano anche ipotetici incroci tra Nico e dei Throbbing Gristle sublimati e in decelerazione) diventa, quindi, la giustificazione più cruda per un’autoanalisi condotta al cospetto di un’umanità danneggiata e, forse, davvero “sopravvalutata”. Diamanda Galás sarebbe orgogliosa e, molto probabilmente, anche un tantino intimorita…

E’ un non-suono amorfo, la proiezione di sotterranei psichici contro le pareti della carne. Un suono che, agonizzando, scivola via come un pensiero insostenibile: il suono dell’inconscio che tumultua senza sosta, rilasciando mefitiche coltri di angoscia. La liturgia nefasta di “Birth” si distende lungo le arcigne spirali di visioni angelico-demoniache, mentre un cuore al limitare delle forze pulsa un ritmo sfiancato. “Evolution”, dal canto suo, sembra un brano di Azalia Snail remixato da Satana in persona: un lied inumano che potrebbe essere un inno generazionale: un inno per lo sfascio collettivo.

Le foto rintracciabili sul web mostrano una ragazza dai lunghi capelli biondi e dal volto pulito. Eppure, Runhild, come già mostrato un paio di anni fa sull’eccellente esordio dei Khlyst, è una vera forza del Male, una creatura bestiale, talmente consapevole dei suoi ferocissimi mezzi artistici da confezionare, con “Senesence”, anche una sorta di zombie/dream-pop.

L’ascolto di questo capolavoro  ci costringe, insomma, a fare il vuoto dentro e fuori di noi, mentre l’artista norvegese scava un solco profondissimo tra sé e la stragrande maggioranza delle odierne espressioni musicali. Sospesa nel vuoto, tra incanti lirici raggelati, quasi una Colleen sulla strada della perdizione (anzi, già condannata all’eterna pena - “Void - Empty Spaces Between Filaments”), la strega continuerà a passeggiare dentro la nebbia, in attesa del rogo…

(18/11/2008)

  • Tracklist
1. Collapse - Lifting The Veil
2. Expanding The Universe
3. Life
4. Evolution
5. Incubation
6. Birth
7. Coming To
8. Love
9. Senesence
10. Dying
11. Void - Empty Spaces Between Filaments
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