Una bella voce intensa ed espressiva e una scrittura originale e pregnante oggi non bastano più per essere posti all’attenzione di pubblico e critica. C’è una intensa lista di nuovi artisti artefici di album di notevole valore, ma il coinvolgimento del pubblico pur se più potenzialmente numeroso grazie al
web, è in verità meno deciso, anche perché la possibilità di fruire di innumerevoli fonti sonore senza un adeguato filtro comporta un senso di disorientamento.
Ecco allora una certezza: si chiama Teitur, 31 anni, già autore di due album in lingua inglese e uno in madre lingua. Il nuovo lavoro, “The Singer”, vede il musicista delle Isole Far Oer impegnato a dare un volto più
avantgarde al suo repertorio di
songwriter.
Erano evidenti dietro la corposa produzione di Rupert Hine del primo album “Poetry & Aeroplanes” i segni di un'ambizione compositiva che spostava l’asse della sua musica verso soluzioni che innovassero il suo ambito di riferimento (
Susanne Vega,
Aimee Mann, John Mayer) con contaminazioni orchestrali alla Randy Newman o
Rufus Wainwright. Il successivo "Stay Under The Stars" del 2006 evidenziava una scrittura di livello superiore con uno stile più immediato e accattivante, e una splendido
hit “Louis louis”; l’album, poi, seguiva l’abbandono di una
major per una etichetta indipendente.
“The Singer” segue l’album autoctono “Káta Hornið” e la collaborazione prima con
Ane Brun e poi con il geniale compositore contemporaneo
Nico Mulhy, con il quale Teitur ha scritto musica barocca per la Holland Baroque Society. L’album è stato anche ispirato dall’incontro e dall’amicizia di Teitur con lo scomparso
blues-singer Chris Whitley.
Già Duncan Sheik aveva tentato di innestare nel
songwriting più classico minimalismo, art-rock, ambizioni orchestrali e teatrali, blues e folk, raggiungendo discreti risultati ma in verità poca cosa se paragonati al traguardo tagliato con “The Singer”. Basti ascoltare la conclusiva "You Should Have Seen Us" dal greve arrangiamento orchestrale, tra il cameristico e il minimalismo più stretto, dove l’unico soffio di leggerezza è donato da un coro di voci che spezza il tono drammatico della
piece strumentale; un pezzo coraggioso ed estremo degno di
Scott Walker.
L’album si presenta con una copertina emblematica e inquietante; il buffo omino senza volto, infatti, viene a rappresentare la vita di Teitur e il suo ritrovarsi musicista senza averlo programmato. La
title track descrive con parole e musica la sua realtà, con un testo autobiografico e musica ricca di elementi classici e pop, vibrafono e richiami a
Philip Glass, spazi vuoti e minimalismo, con la voce che vibra chiara e forte per togliere ogni velo d’incomunicabilità.
Elementi di vita comune descritti con una poetica concisa e una musica che sposa la normalità e la stravaganza alla maniera dei
Beatles: dai meandri più oscuri di “Magical Mystery Tour” giungono inaspettatamente i fiati di “The Girl I Don’t Know”, straordinaria ballata costruita come un madrigale su un ritmo di rumba, con schegge di
glockenspiel e tuba. Teatrale, quasi felliniana “Start Wasting My Time”, che si apre come una qualsiasi
country-pop-song, poi l’imprevedibile struttura orchestrale sposta il suono verso l’operetta, con tocchi ironici e graffianti che non possono che ricordare Randy Newman o
Paul Simon.
L’estrema cura degli arrangiamenti impreziosisce le rarefatte
ballad “Letter From Alex”, ispirata da una lettera di un amico, e l’impalpabile “We Still Drink The Same Water”, un malinconico e malsano walzer al rallenti introdotto da tuba e trombone, che si stende su una splendida melodia. Solo la deliziosa “Catherine The Waitress” indugia nel pop più immediato, con risultati peraltro notevoli, tra strani fiati e vibrafoni che sgretolano il
beat incisivo del brano.
La sensazione che gli arrangiamenti siano stati resi essenziali eliminando il superfluo, un po’ alla maniera dei
Blue Nile. “Legendary After Party”, dedicata a Chris Whitley, e “Don’t Let Me Fall In Love With You”, scritta con Boo Hewerdine, sono canzoni romantiche, che paiono uscire dalle pagine di Hats.
“Guilt by Association” si tinge di toni drammatici, descrivendo un omicidio accidentale che sconvolse le cronache della sua terra, un momento cupo e sofferto che mostra il lato più sperimentale dell’autore.
Convinto che la sua non sia musica rock né pop né avanguardia, ma una rappresentazione per atti della ineffabile vita umana, Teitur con “The Singer” realizza appieno il suo progetto, attraverso piccoli
stage teatrali dove i racconti (la lettera di un amico, la relazione con amici e familiari) diventano storie piene di vita e suggestione. Musicalmente, come i
Talk Talk di “Spirit Of Eden”, riesce a virare verso la musica colta senza appesantire inutilmente le composizioni, anzi mantenendo una freschezza e un fascino quasi
naif.
Uno dei migliori album dell’anno e un autore di cui sentiremo riparlare presto.