Low Anthem

Oh My God, Charlie Darwin

2009 (Nonesuch/ Bella Union) | folk

Ben Knox Miller, musicista e pittore di origine newyorkese, e Jeff Prystowsky, bassista jazz proveniente dal New Jersey, negli anni passati, insieme alla Brown University, si cimentano con vari gruppi musicali, passano dalla classica al jazz all’elettronica e al rock, senza trascurare il loro amore per il baseball. L’incontro con Dan Lefkowitz rivela ai due la matrice comune dei loro interessi musicali, ovvero il blues.
Nati nel 2006, i Low Anthem pubblicano un album grezzo e poco definito (ripudiato in seguito da loro stessi) per poi realizzare un delizioso insieme di musica folk-country, lontano dalle tentazioni moderniste dei gruppi indie. Dan, sempre attratto da una vita più solitaria, lascia amichevolmente il gruppo, che nel frattempo ha scoperto il fascino della musica rurale dei monti Appalachi e l’hillibilly.
“What The Crows Brings”, in verità, pur ricco di malinconiche ballate, ingentilite da organo, arpa, marimba, armonica e strumenti-giocattolo, non metteva in risalto le qualità del gruppo, il tono confidenziale rendeva uniforme le pur buone composizioni.
L’ingresso di Jocie Adams, le incursioni ritmiche di Cyrus Scofield e una maggior duttilità vocale di Ben Knox Miller donano oggi a “Oh My God, Charlie Darwin” lo spessore e l’eclettismo che elevano il tono della proposta.

Ben Knox Miller e Jeff Prystowsky proseguono nel solco creato da Bon Iver (di cui ricordano il candore), dai Fleet Foxes (pur privi dei loro eccessi) e dai Death Vessel (cui rubano il luminoso lirismo), con dieci splendide canzoni dal tono memorabile più una eccelsa cover di Tom Waits. Diffuse le duemila copie iniziali ai concerti, il gruppo sancisce la pubblicazione ufficiale il giorno del bicentenario di Charles Darwin, ovvero il 12 febbraio del 2009. Distribuita dalla Rough Trade nei suoi negozi, la seconda tiratura limitata attira le case discografiche; sono la Nonesuch e la Bella Union le due label che offrono maggiore libertà al gruppo, che continua a gestire parte delle pubblicazioni dalla sua casa di Providence (Rhode Island), mantenendo in alcuni casi il formato handmade in seta.

Le soffici ballate country-blues, pur gestite da una strumentazione più ricca, sono più minimali e leggiadre, ma i Low Anthem nel frattempo hanno scoperto il lato duro del country-rock e, grazie alla maestria di Cyrus Scofield, assestano tre infuocati brani rock che rendono stridente a tratti il suono dell’album, la vita on the road ha dato spessore alle loro canzoni, che mostrano grinta anche nei momenti più rilassati. La vera forza di “Oh My God, Charlie Darwin” è nella energia che trasuda da tutte le tracce, questa è musica che ha il sapore della sabbia, la leggerezza del vento, la densità della roccia e la purezza dell’acqua.

La nitidezza dell’iniziale “Charlie Darwin” è esemplare: poche note di acustica, armonica, un lirismo intenso, reso ancor più solenne dal falsetto morbido e luminoso che Miller estrae dalla sua flessibile vocalità. Il sapore acre di “The Horizon Is A Beltway” evidenzia il distacco del gruppo dal country soporifero alla Eagles e la vicinanza all’eclettismo sonoro di Neil Young e Tom Waits, ed è proprio un brano di Tom, costruito sulle liriche di Jack Kerouac, un altro dei momenti ruvidi del disco, una versione maleducata e più roots della bella “Home I’ll Never Be” da “Orphans”.

La sperimentazione sonora non invade mai la delicatezza delle ballate, così strumenti -giocattolo Casio o organi usati dai preti nei campi militari, filtrati attraverso il segnale di un cellulare, accompagnano le note preziose di ”Cage The Songbird” e “To The Ghosts Who Write History”, aggiungendo un profumo dreamy che mancava nelle precedenti opere.
Ispirate e maestose, le melodie di “To Ohio”e “Champion Angel” rappresentano i due versanti migliori del sound, preziose note dal fascino immediato, che ora con grazia e armonia, ora con grinta e vigore attingono alla poesia rurale del folk americano.

Ispirate dall’ossessione di Ben Knox Miller per Charles Darwin, le canzoni hanno un’ovvia naturalità e forza che solo la miglior musica roots può esibire, la maggiore varietà di strumenti coinvolti nella realizzazione dell’album sottolinea tutti gli episodi, la solennità ancestrale dell’album si concretizza nella superba canzone d’amore “Ticket Taker”, composta su delicate note di chitarra acustica, contrabbasso e clarinetto, amara e tenebrosa, non sfigurerebbe nei primi album di Leonard Cohen.
Ricco di interludi fiabeschi (“Music Box”) e carezzevoli cantilene ("Cage The Songbird”), il campionario sonoro del gruppo esibisce conoscenze di musica colta senza arroganza, tutto diventa ancor più intimo e confidenziale in “Don’t Tremble”, per poi sfiorare i sogni in “To The Ghosts Who Write History”.

Energico e persuasivo anche nei momenti più lirici, “Oh My God, Charlie Darwin” ha un suo fascino oscuro che trasforma le canzoni da fuoco e Far West in storie tristi e solitarie, che giustificano il dualismo sonoro, in perenne bilico tra rabbia e poesia.
Se la musica dei Low Anthem non toccherà il vostro cuore e non cullerà i vostri incubi, è perché il cinismo si è impossessato della vostra ragione, impedendovi di godere il sapore autentico della loro musica: canzoni di una bellezza e semplicità disarmante, inusuali e ricche di atmosfere, semplici e lontane dall’apoteosi culturale del neo-folk delle etichette indie. Forse per molti i Low Anthem saranno più i nuovi Eagles che i nuovi Fleet Foxes, ma se solo realizzeranno la loro “Hotel California”, allora io sarò il loro John Peel.

(02/07/2009)



  • Tracklist
  1. Charlie Darwin
  2. To Ohio
  3. Ticket Taker
  4. Horizon Is a Beltway
  5. Home I'll Never Be
  6. Cage the Songbird
  7. (Don't) Tremble
  8. Music Box
  9. Champion Angel
  10. To the Ghosts Who Write History ...
  11. Omgcd
  12. To Ohio (Reprise)
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