E i Themselves - gente della primissima ora, visto che il loro primo album ("Them") data 1999 e i suoi componenti, Doseone e Jel, sono stati a lungo figure di spicco della scena anche nelle fila di cLOUDDEAD e Subtle - fra i primi a inaugurare questo "ritorno all'ordine" con il super-mixtape "theFREEhoudini" (due mesi fa, sempre su queste pagine), nobilitato da un'effervescenza stilistica fuori dal comune e dalla compartecipazione di tutto lo stato maggiore Anticon & C., ora piazzano il bis ufficiale grazie all'uscita ottobrina di "CrownsDown". Meno contaminazioni altre, maggiore coesione, featuring ridotti al minimo (Markus Acher dei Notwist, Pedestrain e un virtuoso dei turntables come D-Style) e un numero di tracce decisamente più contenuto per un'opera che, nelle basi, riporta il gruppo di Oakland alle radici del suo suono preferito (che sono gli anni fine Ottanta e Novanta: Public Enemy, X Clan, Bomb Squad o al limite Gang Starr) e vi innesta scorie industriali, strie rumorose, litanie infantili, sample straniati, break-beat e sincopi a manetta.
E, pronti via, battono il ferro ancora caldo di brani già presenti nel mixtape sebbene in versioni provvisorie: "Back II Burn", pressa decibel da ghettoblaster ("guess who's back!") in una tenaglia industriale che si fa, a poco a poco, più distopica e arroventata; "Oversleeping" gioca sulla perfetta corrispondenza fra i beat radioattivi e anfetaminici e il borboglio muriatico di Doseone; "The Mark" è una gragnola di break-beat esasperati e folate distorsive di chitarra elettrica.
Poi l'electro più astratto e minimalista di "Gangster Of Disbelief" - con Doseone all'apice della sua schizofrenia nell'alternare un registro rauco e profondo ai soliti svolazzi acuti e ipercinetici - chiude una prima parte tiratissima. Finalmente si può tirare il fiato. E ne valeva la pena, eccome, se ne valeva: "Daxstrong" imbastisce una sorta di surplace psichedelico in ¾, un valzer cosmico e cullante che vorremmo durasse fino alla fine dell'album. Invece dura solo 3 minuti e mezzo e l'album continua: "You Ain't It" si basa su un'inedita dicotomia fra le lepidezze dancey al vocoder dell'inciso e le strofe quasi a cappella, irrorate solo da fulminei break-beat e trasparenze glitch. Poi ancora eleganti dancefloor astratti come "Roman Is As Roman Does" e giù fino al dark-funk spettrale e molleggiato di "Gold Teeth Will Roll".
Una bella prova di scrittura e vitalità anche se un po' penalizzata dal confronto ravvicinato con la policromia accesa e variegata dell'immediato predecessore. Che, tutto sommato, si fa preferire.